Il lusso di abrogare la tassa sul lusso

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Soru, governatore della Sardegna

Ovvero, come fare incazzare gran parte dell’elettorato di centrosinistra per un provvedimento di sinistra, adottato senza tanti proclami e con buonsenso da un “governatore” certo non estremista, impugnato da un governo, il governo Prodi, che è sempre più collaterale alla destra... No-news di una pazza estate rovente, prima dell’ennesimo autunno caldo!

“Come è noto, la signora Lanzillotta, ministra degli affari regionali nel governo Prodi, rappresenta la punta più avanzata dell’innovazione riformista coraggiosa [tralascio le virgolette perché ne occorrerebbero troppe]. Per conto del gruppo di potere cui appartiene, capeggiato da Francesco Rutelli, intrattiene relazioni con le imprese che hanno preso di mira i servizi pubblici locali.

Prima delle elezioni politiche, l’anno scorso, Lanzillotta ne prometteva la liberalizzazione e modernizzazione, se il centrosinistra avesse vinto. Altro che Berlusconi. Purtroppo la ministra non è stata del tutto di parola: sull’acqua, ad esempio, ha dovuto accettare una moratoria, assediata com’è dalla sinistra cosiddetta radicale [sarebbe ora di chiamarla sinistra e basta], e soprattutto dalle oltre 400 mila firme raccolta dalla legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua: firme raccolte da quel movimento che secondo molti non esiste più, e con il solo sostegno di giornali indipendenti che qualcuno vorrebbe non esistessero più.

Ma l’ideologia è una forza potente. E la ministra Lanzillotta un tipo tenace. Perciò, per conto del governo, ha impugnato presso la Corte costituzionale la cosiddetta “tassa sul lusso” varata in Sardegna dal presidente Soru e dalla sua maggioranza di centrosinistra.

Soru, che è un liberista intelligente [invece che idiota, come la gran parte dei liberisti italiani] ha fatto questo ragionamento: noi, con il Piano paesistico regionale [steso da un insigne urbanista e collaboratore di Carta, Edoardo Salzano] diciamo basta alla costruzione di nuove case in una fascia di tre chilometri dalla costa. In questo modo salvaguardiamo il valore di mercato [appunto, Soru è liberista] del turismo sardo, che altrimenti degraderebbe in una insopportabile cascata di cemento.

Però arrestare questo “sviluppo” comporta un sacrificio economico. Quindi si tratta: a] di far pagare un’imposta ai ricchi che si servono delle nostre coste, cioè coloro che arrivano con barche oltre i 14 metri e con aerei privati; b] soprattutto, di far sì che chi possiede una seconda casa in Sardegna, non abitandovi ma usandola uno o due mesi l’anno, paghi l’uso che fa del nostro territorio e delle sue spiagge, ecc. Questa tassa sulle seconde case, a sua volta, è graduata in base alla grandezza della casa [più o meno di 60 metri quadri] e alla vicinanza alla costa [il valore delle case aumenta se sono più vicine al mare]. Insomma, una tassa progressiva [chiede di più a chi ha di più] e che ha lo scopo di rendere utili, almeno dal punto di vista del bilancio sardo, le città morte di seconde case che la speculazione degli ultimi decenni ha creato [e in proposito consiglio di leggere l’articolo di Sandro Roggio, urbanista sardo, sul mensile di Carta che uscirà questo sabato, dedicato appunto al destino delle coste italiane].

Cos’ha da obiettare la ministra Lanzillotta? Che la tassa sarda, per altro già pagata [dice Soru] dal 50 per cento di chi dovrebbe pagarla, un dato che impressiona positivamente, invade le competenze dello Stato e per di più viola il principio di uguaglianza tra i cittadini, visto che a pagare sono i non residenti. Soru risponde che la Sardegna è una regione autonoma a statuto speciale fin dal 1948, e ha il diritto di imporre nuove tasse. E d’altra parte invocare il principio di uguaglianza è in questo caso ridicolo.

Sta di fatto che il governo Prodi, e la sua punta avanzata coraggiosa, cercano di sabotare l’unico provvedimento che con qualche decisione, in tutto il paese, cerca di fermare l’ondata di cemento che ha già investito – si calcola – tra il 60 e il 70 per cento delle coste, privatizzandole di fatto, esponendole ad incendi come quello del Gargano [ne parleremo sul prossimo numero del settimanale], inquinando il mare, ecc. E la ragione è puramente ideologica: lo “sviluppo” non può essere fermato, foss’anche quello cialtrone delle seconde case [e figuriamoci quello degli inceneritori, dei rigassificatori, delle superferrovie…].

Perché può essere raccontato agli elettori come la “crescita” del paese [cioè dell’economia] e soprattutto perché apre le dighe degli affari, dai super-palazzinari che governano Roma alle Impregilo che costruiscono il Mose e fanno andare in malora la raccolta dei rifiuti in Campania. Quel centrosinistra, quello della signora Lanzillotta, è un originale impasto di dirigismo politico-economico e di alleanze con gruppi di potere imprenditoriali. Sono le partecipazioni statali alla rovescia: un tempo era lo Stato a intervenire nell’economia, creando le sue industrie; oggi è l’economia a intervenire nello Stato, creando le sue lobbies.”

Pierluigi Sullo - Direttore di CARTA
www.carta.org

La casa a basso consumo

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Paea

Una realta’ da toccare con mano! Un corso dal 29 settembre

Una casa fresca d’estate e calda d’inverno, una casa che consuma meno energia, una casa fatta di materiali sani ed ecocompatibili. Una casa ecologica da ristrutturare, progettare, vedere e toccare con mano. Una casa che diventa realta’!

L’Associazione Paea offre un corso completo e approfondito sulla Casa Ecologica a Basso Consumo a Reggio Emilia, aperto non solo ai tecnici, ma a tutte le persone motivate.

Da ottobre a dicembre un primo ciclo di 6 incontri sulla struttura dell’edificio con l’intervento di relatori ed esperti del settore: progettazione, tipologia costruttiva, materiali e isolanti naturali. Nei primi quattro incontri sono previste visite guidate per avere un rinscontro pratico delle esperienze piu significative. Gli ultimi due incontri, di natura piu tecnica, prevedono dei laboratori pratici sull’utilizzo degli strumenti.

Ecco le date del ciclo di incontri, che si terranno a Reggio Emilia :
29/09/2007: “Interventi di ristrutturazione: come una casa diventa ecologica” + visita guidata
13/10/2007: “Progettare edifici a basso consumo: come una casa nasce ecologica” + visita guidata
27/10/2007: “Costruire case in legno: dal progetto alla realizzazione” + visita guidata
10/11/2007: “Isolanti a confronto: dalla produzione, alla posa, allo smaltimento” + visita guidata
24/11/2007: “La tenuta all’aria dell’edificio: Il Blower Door Test” + prova pratica
15/12/2007: “I ponti termici: Termocamera ad infrarossi” + prova pratica

Il corso e aperto non solo ai professionisti, ma a tutte le persone realmente interessate a queste tematiche. Le visite guidate a case a basso consumo e a ditte specializzate, si effettuano nella stessa giornata di sabato nei dintorni di Reggio Emilia.
Si possono frequentare uno o piu’ incontri singoli.

I costi:
Primi 4 incontri: 90,00 euro + IVA per la singola giornata, pacchetto di 4 lezioni: 300,00 euro + IVA. Ultimi 2 incontri: 130,00 euro + IVA per la singola giornata. Sono previsti ulteriori sconti per studenti

Info e prenotazioni: Associazione Paea, 0522-605286, info@paea.it
www.paea.it

Reggio Emilia e i pannolini ecologici

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bio pannolini

Dal primo agosto a Reggio Emilia al via la sperimentazione degli eco-pannolini riciclabili. Il progetto è promosso dal Comune di Reggio (Centro educazione ambientale-assessotaro Ambiente) e dall’associazione nazionale Famiglie numerose, che riunisce le famiglie con almeno quattro figli.

A cimentarsi con i nuovi eco-pannolini di cotone, lavabili in lavatrice, saranno Mosè (cinque mesi), Martino (7 mesi), Davide (10 mesi) e Laura (un anno). In ottobre e novembre nasceranno altri due loro compagni di avventura, che completeranno la squadra dei baby-sperimentatori.

“La sperimentazione lanciata dal Comune con l’associazione Famiglie numerose reggiane – dice l’assessore comunale ad Ambiente e Città sostenibile, Pinuccia Montanari - è l’occasione per combattere uno dei materiali più ostici presenti nei rifiuti. I pannolini usa e getta non sono ovviamente recuperabili. Se l’alternativa si rivelerà efficace, avremo un’arma importante nella nostra battaglia per ridurre i rifiuti a monte“.

“Il progetto associa due aspetti che ci stanno particolarmente a cuore – dice Luigi Picchi, coordinatore provinciale dell’associazione Famiglie numerose – Avere tanti bambini significa credere nel futuro e fare i conti con il presente. E oggi il futuro significa grande preoccupazione per l’ambiente. Trovare un’alternativa ai pannolini usa e getta, quindi, permette un risparmio ambientale di dimensioni insospettabili. Mentre il presente significa anche fare i conti con l’enorme risparmio economico che i pannolini riciclabili, se si riveleranno efficaci, daranno alle famiglie”.

La prova metterà sotto esame soprattutto comodità ed efficacia del prodotto, se la loro gestione, i lavaggi, l’asciugatura possano essere affrontati senza creare troppe difficoltà a famiglie con tanti figli. Mentre dal punto di vista economico ed ecologico saranno effettuate verifiche dei vantaggi, che i pannolini riciclabili sembrano offrire. Entro ottobre sarà elaborata una prima valutazione e, se il progetto darà buoni risultati, saranno fatte altre verifiche nel 2008.

Un bimbo del Nord del mondo ha un peso ambientale pari a quello di 50 bambini africani: lo spreco proviene da giocattoli, abiti, arredi, ma soprattutto dai pannolini monouso composti da cellulosa e plastica. La pipì e la popò dei nostri bimbi consuma, in un anno, circa 600mila tonnellate di pasta di legno dato che, in Italia, ogni giorno si usano circa 6 milioni e mezzo di pannolini. In Europa occidentale il numero è spropositato: 22 miliardi di pannolini all’anno.

“Una montagna di cellulosa e plastica, con crescenti costi di smaltimento – dice Paolo Patria, coordinatore delle Famiglie numerose della città di Reggio – Sul piano economico, i pannolini riciclabili per i primi tre anni di vita del bambino costerebbero 250-300 euro, contro i 1.500-2.000 euro degli usa e getta“. Quindi oltre mille euro di risparmio.

I pannolini riciclabili, versione assai aggiornata e “rivoluzionaria” dei vecchi ciripà, sono composti da una mutandina di cotone, alla quale applicare uno o due inserti, che costituisce la parte lavabile in lavatrice. All’interno si mette un sottile velo raccogli popò destinato a essere eliminato. I pannolini sporchi possono essere tenuti in ammollo in una bacinella, per essere poi lavati normalmente in lavatrice insieme alla biancheria.
La ditta coinvolta nell’iniziativa è la piemontese Ecobimbi. I pannolini saranno in vendita all’Ipercoop Ariosto, nei supermercati Coop di Canalina e Reggio Est, e nei supermercati Conad, nell’ambito del progetto Spesa verde. Il Comune ha messo a disposizione dell’associazione Famiglie numerose, che partecipano all’esperimento, uno stock di pannolini riciclabili.

“Abbiamo riscontrato – conclude l’assessore Montanari – un notevole interesse verso questa proposta e ci è sembrato giusto dare la possibilità a tutti di poter provare. Crediamo che se sarà superata una prova impegnativa come l’uso in famiglie con quattro, sei, otto figli, sarà davvero difficile pensare che questi pannolini non possano essere utilizzati da tanti altri bambini”.
Info: URP Comune di Reggio Emilia, 0522- 456600

Vuoi conoscere tutti i segreti rispetto al mondo dei bio-pannolini? Scarica gratuitamente il manuale preparato dagli amici di Mondo Nuovo al sito:
biodetersivi.altervista.org/allegati/mondo_bimbao.pdf

dePILiamoci

Author: admin  |  Category: Nuovi stili di vita

depiliamoci

Arriva nelle librerie la più calda provocazione dell’estate!
Come passare dal PIL (PRODOTTO INTERNO LORDO) AL BIL (BENESSERE INTERNO LORDO) e tutelare l’ambiente.

Quanto è dolorosa l’azione di dePILazione?
Esordisce con questo interrogativo ‘da spiaggia’ il nuovo provocatorio libro di Roberto Lorusso e Nello De Padova, pubblicato da Editori Riuniti, in uscita nelle librerie italiane.

Ma bastano poche pagine per accorgersi che il lavoro editoriale dei due autori pugliesi, che da anni si occupano di temi legati alla l’innovazione delle organizzazioni non è un saggio sulle sofferenze da sopportare a denti stretti per una vita da copertina, bensì il tentativo di raccontare al largo pubblico, con un linguaggio volutamente semplice, spesso provocatorio e sempre divertente, il complesso tema della insostenibilità della economia della crescita.

Quello che dal titolo sembrerebbe dunque un invito alla cultura della bellezza, è invece un appello a guardare a nuove forme di comportamento e ad un nuovo stile di consumo, che riportino al centro dell’agire dei singoli e della collettività valori considerati spesso desueti in un’economia che ha posto il consumo al centro della vita.

Il lavoro di Lorusso e De Padova costituisce, infatti, un tassello importante nella costruzione di una cultura alternativa a quella che ha caratterizzato le società occidentali dalla rivoluzione industriale a oggi.

Rivendicando una difficile autonomia rispetto a questo paradigma, che ogni giorno rivela nuove falle, i due autori osservano i modelli di comportamento e i valori a cui gli individui uniformano il loro agire e propongono una nuova chiave di lettura (e di azione) che trova le sue radici nella riscoperta di gesti semplici: gesti da cittadino, da genitore, da imprenditore, da figlio, da educatore, da politico.

Gesti di vita ordinaria per i quali non occorrono grandi sforzi, nessuna rinuncia, nessun sacrificio. Occorre solo buona volontà e consapevolezza che, per uscire dal circolo vizioso del PIL superfluo, basta riflettere ed evitare gli sprechi, rendendo così possibile il passaggio dalla cultura del PIL (Prodotto Interno Lordo) alla cultura del BIL (Benessere Interno Lordo).

‘Anche se nel linguaggio politico ed economico corrente la parola decrescita resta un tabù impronunciabile che si preferisce pudicamente sostituire con la locuzione crescita negativa, – scrive Maurizio Pallante fondatore del Movimento della Decrescita Felice nella prefazione del libro – l’accelerazione dei mutamenti climatici causati dall’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera rende sempre più evidente la necessità di porre un freno alla crescita dei consumi di fonti fossili necessarie a sostenere la crescita del prodotto interno lordo. Tuttavia, mentre acquista il diritto di cittadinanza che le era stato negato, la decrescita stenta ad acquisire le connotazioni di un paradigma culturale capace di orientare gli stili di vita degli individui, la ricerca scientifica e tecnologica, le scelte politiche della collettività’.

Quello che dePILiamoci propone è un primo passo in questa direzione, un disvelamento del grande equivoco che ha unificato nella definizione di crescita economica due concetti diversi e spesso alternativi tra loro: quello di merce e quello di bene. Il PIL misura i valori aggiunti, ovvero il valore monetario degli oggetti e dei servizi scambiati con denaro; tuttavia solo se le merci si identificano con i beni, la loro crescita comporta un aumento del benessere.

In realtà non tutte le merci sono beni e non tutti i beni sono merci. Pertanto, per essere un valore, la decrescita si può realizzare come una diminuzione delle merci che non sono beni e un aumento dei beni che non sono merci. (Pallante)

Questa riflessione, che può apparire al tempo stesso banale e astratta, viene sviscerata nelle 85 pagine del libro di facilissima lettura in una lunga serie di esempi pratici e buone pratiche di comportamento che, anche grazie alle divertenti vignette, lentamente coinvolgono il lettore trasformandolo da semplice spettatore in co-autore del cambiamento, invogliandolo all’utilizzo della mappa del BIL, contenuta nel libro.

Inizia così un processo virtuoso, un moderno gioco dell’oca il cui ambizioso traguardo sta nella costruzione di un’economia veramente sostenibile.

Basta seguire una qualsiasi freccia per scoprire come ogni percorso genera un circolo virtuoso orientato al vero benessere, a cui tutti siamo chiamati a contribuire. A questo punto si passa alla fase attiva: ogni lettore è invitato a cercare nuovi effetti positivi del BIL non tracciati nella mappa, ipotizzare nuovi percorsi sistemici, inserendo nuovi elementi e idee positive.

Per farlo basta collegarsi al sito www.depiliamoci.it e contribuire al miglioramento della mappa.

Il senso ultimo che se ne ricava è di fiducia nelle possibilità di un cambiamento, che parte dalla pratica individuale e collegiale della virtù della temperanza.

Roberto Lorusso
Da 25 anni imprenditore e consulente per l’innovazione e l’apprendimento continuo; progetta e coordina – per Enti Pubblici ed Imprese – ambiziosi programmi di cambiamento organizzativo mediante tecniche di partecipazione creativa e Dinamica dei Sistemi.

Aniello De Padova
Consulente di organizzazioni pubbliche e private per l’innovazione tecnologica e di processo. E’ Segretario Culturale del Consorzio Costellazione Apulia che riunisce oltre 70 imprese pugliesi sensibili alle tematiche della Responsabilità Sociale d’Impresa.

La soluzione è in Aspromonte

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incendi

Intervista con Tonino Perna (tratta da “Il Manifesto”)

Quando era presidente del Parco Nazionale calabrese, Tonino Perna ha abbattuto gli incendi del 90% per cinque anni consecutivi. E con 200 mila euro l’anno. Perché non adottare il modello?

di ELEONORA MARTINI
«La soluzione c’è e si chiama presidio del territorio». Parla di «ricostruzione del sistema di responsabilità», Tonino Perna, docente di sociologia economica dell’Università di Messina, ma il suo non è un concetto astratto. È un metodo che ha dato ottimi risultati e che è tutt’ora oggetto di sperimentazioni in più parti d’Europa.

Per cinque anni consecutivi, dal 2000 al 2005, durante il suo mandato di presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte, Perna è riuscito a abbattere del 90% gli incendi sugli 80 mila ettari di parco, un’area tra le più impervie d’Italia e niente affatto facile da tenere sotto controllo. E con soli 200 mila euro l’anno.

Ci racconta come avete fatto?
Nel 2000 abbiamo cominciato a sperimentare questo metodo di assegnazione e affido del territorio a cooperative, associazioni, imprese sociali, con un contratto che chiamammo «di responsabilità», redatto con l’aiuto di alcuni dei massimi esperti di diritto amministrativo come Sabino Cassese. Con un bando assegnammo gli 80 mila ettari di territorio divisi in lotti ad associazioni o imprese che per sei mesi, da aprile a novembre, rispondevano del parco sul piano degli incendi attraverso un presidio del territorio.

Ne erano cioè responsabili?
Sì. Se la superficie bruciata era superiore dell’1% di quella affidata, le associazioni perdevano il 50% del contratto. Ovviamente non era una gara al ribasso come fa la pubblica amministrazione di solito, ma alle imprese si chiedeva di scegliere una parte di territorio che davvero erano in grado di controllare. Presidiando a piedi e per 24 ore al giorno il bosco gli addetti riuscivano soprattutto a spegnere l’incendio quando era ancora all’inizio e così si evitava che si ampliasse nell’attesa dell’arrivo dei Canadair e dei mezzi di spegnimento. Col pronto intervento cioè si riusciva a fare prevenzione su un fenomeno che si ripete uguale ogni estate, anche se quest’anno è particolarmente grave. Naturalmente erano associazioni motivate, attive nell’ambientalismo, e l’Ente parco metteva a disposizione corsi di preparazione professionale. Alla fine dell’estate poi con una grande festa si premiavano le imprese più virtuose.

Con quali risultati?
Per cinque anni di seguito, ogni anno, siamo riusciti a ridurre la superficie incendiata, malgrado i focolai fossero persino aumentati. Prima, ogni anno mediamente andavano in fumo tra gli 800 e i mille ettari di bosco, a parte il 1998 in cui vennero distrutti 4 mila ettari. Dal 2000 al 2005 invece bruciarono solo circa 100-200 ettari l’anno. Con una spesa di 200 mila euro l’anno proteggevamo 80 mila ettari, di cui la metà di bosco. E la gente era davvero felice, perché in fondo chi ha interessi negli incendi è solo una minoranza.

Perché ha scelto questa strada, non riusciva a riorganizzare il lavoro del corpo forestale a disposizione del parco?
Sono arrivato a questa conclusione dopo aver intervistato diverse figure, come le 70 guardie forestali regionali che avevamo a disposizione e che hanno il compito di controllare e guidare poi gli aerei sul luogo dell’incendio, o gli operai idraulico-forestali che sono addetti allo spegnimento a terra. Con queste figure la prevenzione non potrà mai funzionare per diverse ragioni: primo, hanno orari di lavoro fisso, così che a fine turno il territorio è scoperto, e non fanno turni di notte. Alcuni poi mi dicevano che non avevano neppure i soldi per la benzina perché la Regione non rimborsava da anni.

Un metodo, questo dei «contratti di responsabilità», che ha suscitato l’interesse anche della Comunità europea…
Sì, nel gennaio 2005 fui chiamato dalla Commissione per la conservazione ambientale perché erano interessati soprattutto paesi come Spagna, Grecia, Portogallo e sud della Francia che come noi sono alle prese ogni anno con l’emergenza incendi di origine dolosa. Poi anche in Italia il modello è stato adottato da comuni come Sestri Levante, che ha coinvolto invece direttamente i contadini. Ma a dire il vero noi ci siamo ispirati al Canada che da anni segue questo metodo copiato, a sua volta, dalla tradizione indigena.

Comprare più aerei non serve, allora? Né «stanziare un fondo speciale per l’immediato recupero delle zone colpite dagli incendi», come ha chiesto ieri il coordinatore nazionale degli assessori all’Ambiente delle regioni, l’assessore calabrese Diego Tommasi?
Un fondo speciale per il recupero mi sembra il modo migliore per alimentare quella che ormai è diventata una vera industria degli incendi. Gli incendi sono un problema di origine sociale che si deve aggredire socialmente. La risposta tecnologica, comprare più aerei o aumentare il personale non serve perché si interviene sempre dopo la catastrofe. Inoltre questi aerei, che impiegano minimo un’ora e mezza per arrivare sul posto, usano spesso acqua marina che inaridisce ulteriormente il territorio. L’Abruzzo, ad esempio, comprò qualche anno fa un robot al costo di 5 milioni di euro che dava l’allarme ad ogni focolaio ma non riusciva a distinguerli da una grigliata.

Un giro di interessi che fa il paio con l’industria degli incendi?
Sì, è proprio lì che si deve indagare di più per cercare i responsabili dei focolai: tra i costruttori di aerei di spegnimento e le ditte private che gestiscono gli elicotteri e i Canadair. Se non ci fossero gli incendi non lavorerebbero. Comunque il nodo politico sta nel fatto che in Italia è impossibile risalire davvero la catena di responsabilità, dalla guardia forestale in su. E la «tolleranza zero» del ministro Pecoraro Scanio è solo uno slogan. È ora invece di voltare pagina.

8 settembre…

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Mi fido di te

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mi fido di te

Intervista a Massimo Carlotto di Gianni Belloni [tratta da Carta n.26/2007]

Nel gergo di Gigi Vianello, il protagonista di «Mi fido di te», «merda» e «merdaccia» hanno un senso preciso. «Merda» sono gli alimenti con un livello medio/basso di sofisticazione. Sono quelli che, a dosi piccole, fanno danni solo nel lungo periodo. «Merdaccia», invece, è il cibo talmente irriconoscibile e mutato chimicamente da poter essere anche letale. La «merda» è destinata al mercato italiano, la «merdaccia » invece finisce spesso in Grecia. Spesso, ma non sempre.

Dopo aver letto il romanzo di Massimo Carlotto e Francesco Abate gli scaffali del supermercato diventano un campo minato: ci si aggira guardinghi, cercando di evitare tutto ciò che più facilmente si presta alla manipolazione chimica. «Mi fido di te», però, è anche un trita-miti: quello del nordest onesto e operoso, già massacrato da Carlotto e Marco Videtta in «Nordest» [edizioni e/o, 2006], ma anche quello della Sardegna «felix», che Abate aveva sviscerato in «Getsemani» [Frassinelli, 2006]. E soprattutto il mito del cibo italiano, che in tempi di globalizzazione del gusto e di arroccamenti gastroleghisti diventa il fondamento di identità inventate, nazionali, locali e perfino familiari.

Per come le descrivete, le sofisticazioni alimentari sembrano un elemento strutturale del moderno mercato del cibo e non un «prodotto di scarto» o residuale. Quanto è esteso il fenomeno?
Il sistema alimentare moderno, nella sua dimensione industriale, è sofisticato di fatto. In generale gli alimenti sono di qualità medio bassa e, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, sono responsabili dell’insorgere di tumori, diabete e malattie cardiovascolari. La scelta del profitto a danno della qualità ha portato all’eliminazione delle sostanze «buone», come vitamine, minerali e acidi grassi, e la loro sostituzione con quantità nocive di zuccheri, sale e grassi idrogenati. Inoltre, la struttura del sistema facilita la circolazione e l’assorbimento da parte del mercato di alimenti completamente sofisticati e di provenienza illecita. Già nel 2004 la Direzione investigativa antimafia aveva preso atto del coinvolgimento organico della camorra nella sofisticazione alimentare in Campania. Ma tutte le cosiddette organizzazioni criminali transnazionali investono uomini e mezzi in questo settore. Rischi bassissimi, ottimi guadagni, e possibilità di riciclare grandi quantità di denaro sporco.

«Siamo ciò che mangiamo»: nel vostro libro emerge con evidenza, insieme ai traffici dei cibi adulterati, una società involgarita. Si tratta di un legame indissolubile?
Sì. Raccontare una storia criminale è una scusa per raccontare la realtà politica, sociale, economica e storica che circonda gli avvenimenti narrati nel romanzo. Nel nostro caso abbiamo voluto usare l’inchiesta sulla sofisticazione come metafora di una società sempre più adulterata e finta, lontana dai bisogni reali delle persone. Le grandi multinazionali dell’industria alimentare spendono ogni anno 20 miliardi di dollari per le ricerche su nuovi sapori e nuovi colori. Il fine è solo estetico, non qualitativo. Un’aberrazione che riflette molti aspetti della società in cui viviamo.

Thailandia, Cina, Brasile, Olanda: triangolazioni globali del mercato del cibo: com’è possibile che i controlli vengano elusi con tanta disinvoltura?
Le leggi che regolano la qualità dei prodotti e la loro circolazione sono notoriamente insufficienti, ma quello che accade oggi a livello europeo dimostra l’influenza di vere e proprie lobby, al servizio dell’industria alimentare, che operano sul piano legislativo per rendere legali prodotti e procedure industriali nocive per la salute dei consumatori.

L’unica cosa di cui sembrano aver timore i contraffattori sono le associazioni di consumatori. Possono avere davvero tanto potere?
Le associazioni dei consumatori vigilano sulla qualità degli alimenti in totale indipendenza. I test sui prodotti sono molto temuti perché sono obiettivi, ma i risultati raggiungono a livello informativo un numero limitato di persone. Da molti anni sono socio di Altroconsumo e devo ammettere che mi ha insegnato ad essere un consumatore «intelligente », e la rivista è ormai una guida indispensabile nell’acquisto. L’associazione da anni si batte su molti fronti con esiti alterni e questo dipende, come ben sappiamo, dai rapporti di forza in campo politico ma, in generale, non ha la forza per controbattere il potere persuasivo della pubblicità.

Nel libro descrivete le serate di degustazione dei vini e insieme i traffici per la loro adulterazione. Accompagnato da una vera e propria ossessione per il cibo e il vino raffinato assistiamo al disastro che ben descrivi. Solo i ricchi si possono salvare dalla «merda » e dalla «merdaccia» della contraffazione alimentare?
Un consumatore ben informato si può difendere bene anche senza essere ricco. Il fatto è che la qualità degli alimenti è molto stratificata. La sinistra se ne è resa conto anni da, riscoprendo il «gusto» e il rapporto tra qualità dei prodotti enogastronomici e qualità della vita, e molto è stato fatto in questa direzione anche in campo internazionale. Il problema è che la qualità costa, e soprattutto la qualità è business. E non tutti se la possono permettere. Le differenze di classe sono immediatamente riscontrabili nella cultura enogastronomica delle persone e nei contenuti dei frigoriferi e delle cantine. Bisogna distinguere anche tra medio, buono ed eccellente. Quest’ultimo è alla portata dei redditi alti.

Quale livello di corruzione avete riscontrato nelle vostre indagini tra chi dovrebbe fare i controlli?
La corruzione è un passaggio necessario in questa attività criminale. Ripercorrendo le numerose inchieste dei Nas e della magistratura abbiamo sempre riscontrato la presenza di indagati o imputati tra coloro che, per legge, dovevano vegliare sulla qualità dei prodotti e quindi sulla nostra salute. Ci siamo resi conto che l’opinione pubblica dà per scontata l’esistenza della corruzione ma è ben lontana dall’avere la percezione esatta della vastità del fenomeno.

A leggere il vostro libro sembra che non ci sia etichetta o marchio di qualità che tenga: tutto può essere falsificato. È così? I marchi di certificazione vengono utilizzati per rivestire a nuovo cibo scadente?
Tutto viene rigorosamente falsificato. Il recente scandalo del dentifricio cinese è un esempio perfetto. Addirittura le sigarette di contrabbando sono fasulle. Il pacchetto è identico ma il tabacco è pessimo e, se possibile, più nocivo. Il marchio non è più sufficiente a dimostrare una certa qualità, e nel settore alimentare è difficilissimo individuare questa merce infiltrata.

Con questo libro torni anche nel nordest, simboleggiato dalla famiglia Sambin, malavitosi attaccati alla ricchezza e al consumismo, ma anche ai cosiddetti «valori della famiglia». Ma il nordest non cambia mai?
No. Non solo insiste pervicacemente a volerci far mangiare a tutti i costi le vongole nate e cresciute nelle acque che lambiscono Porto Marghera, ma riesce a coniugare i valori tradizionali della campagna e nuovi modelli economici anche nell’illegalità. Non a caso il nordest viene considerato come il più importante laboratorio criminale d’Europa, dove la connessione tra economia legale e illegale produce merci e ricchezza e cultura criminale di alto profilo.

Tra le cose che avete indagato e scoperto, e che raccontate nel libro, qual è quella che vi ha colpito, o inorridito di più?
In realtà è una cosa che non abbiamo scritto e riguarda la pubblicità. Quello che vediamo sui giornali o alla televisione e che ci appare così bello e buono, generalmente è finto. Gomma, plastica, cartone, gelatine e colori vengono usati per riprodurre l’immagine di alimenti che hanno già il difetto di essere di qualità medio bassa. Ci ha impressionato il livello di inganno dell’offerta pubblicitaria.

La metamorfosi dei gabbiani, incattiviti e oramai carnivori, è l’immagine che usate per descrivere tutti noi. Ma ci sono anche movimenti che cercano di andare in direzioni diverse recuperando un rapporto tra chi produce il cibo e chi lo consuma: hai avuto modo di confrontarti anche con loro, dopo l’uscita del libro?
Certo. E il libro è stato scritto pensando ai movimenti e all’importanza strategica del loro agire. Molti lettori ci hanno chiesto un confronto e una proposta. Noi siamo convinti dell’importanza della filiera corta per i prodotti coltivabili in loco e dello sviluppo del mercato equo-solidale per tutti gli altri. Noi siamo solo autori di «noir» ma il tema è così importante che siamo stati costretti a uscire dal nostro ruolo e a esprimerci in termini «direttamente» politici. È la prima volta che un romanzo produce un effetto collaterale del genere, ma noi ne siamo ben contenti perché significa che il «noir» è uno strumento che permette di sviluppare inchieste di ampio respiro. La nostra è durata due anni.

Come si compra il silenzio dei cosiddetti grandi media su questi argomenti?
Per esempio, è molto difficile che un saggio sulle problematiche dell’industria alimentare venga recensito con evidenza dai media e il motivo è molto semplice: si chiama pubblicità. Quella del settore fa circolare un sacco di quattrini, troppi per rischiare di perderla. Trovano spazio solo le notizie legate alla rete criminale vera e propria. E a volte nemmeno quelle.

Cibo indipendente, stampa indipendente: un nesso paradossale?
No, anzi. È la strada da percorrere. E bisogna farlo senza perdere altro tempo. Si parla ancora troppo poco di qualità del cibo e invece dovremmo informare di più i cittadini-consumatori per costruire insieme nuove strategie.

www.carta.org

Acquisti verdi a Ecomondo

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ecomondo

Nasce a Ecomondo 2007 una nuova opportunità di visibilità per le aziende del portale AcquistiVerdi.it: si chiama ISOLA DEGLI ACQUISTI VERDI e sarà un’area dedicata alla vendita di prodotti da riciclo e composti da materiali ecocompatibili.

Tale iniziativa è nata per dare una ineguagliabile piattaforma di visibilità a tutte le aziende produttrici e distributrici di prodotti e servizi ecologici, creando un incontro tra la domanda e l’offerta degli acquisti verdi sia tra le aziende pubbliche e private sia tra le aziende e la Pubblica Amministrazione.

Ecomondo, Fiera Internazionale del Recupero di Materia ed Energia e dello Sviluppo Sostenibile, è oggi in Italia l’unico evento fieristico in grado di attrarre l’attenzione di tutti i protagonisti impegnati sui temi dell’ambiente. La decima edizione ha visto la partecipazione di 960 aziende, 52.595 operatori provenienti da 61 Paesi, con 170 tra seminari, eventi e workshop aziendali, e 335 business meeting tra buyer internazionali e aziende espositrici.
L’undicesima edizione si terrà a Rimini dal 7 al 10 novembre 2007.

L’ISOLA DEGLI ACQUISTI VERDI è collocata nel padiglione istituzionale B1, all’interno di un contesto legato alle Pubbliche Amministrazioni e agli Enti Locali e quindi al Green Public Procurement. L’iniziativa, organizzata da Rimini Fiera in collaborazione con il portale AcquistiVerdi.it, e con il supporto del Ministero dell’Ambiente e della tutela del Territorio e del Mare, del Ministero Sviluppo economico, della Regione Emilia Romagna, della Provincia di Rimini e del Coordinamento nazionale delle Agende 21 Locali, si svolgerà in un’area dedicata che ospiterà uno spazio espositivo; un convegno dedicato al tema “Acquisti Verdi Expo”; alcune iniziative tematiche di incontro tra domanda e offerta.

Lo spazio espositivo sarà fortemente caratterizzato sia per il layout degli stand che per il materiale di allestimento, completamente costituito da materiale riciclato.

Per informazioni contattare:
AcquistiVerdi.it – Andrea Amato – tel/fax 0532/769666 – info@acquistiverdi.it
RiminiFiera – Paola Sapignoli – tel. 0541/744456

www.acquistiverdi.it

Parmigiano Ogm-free!

Author: admin  |  Category: Nuovi stili di vita

formaggio

Il Parmigiano-Reggiano si fa con il latte. E il latte viene dalle mucche. Fin qui nulla di nuovo. Ma il punto è che le mucche del Consorzio del Parmigiano Reggiano mangiano ogni giorno soia Ogm della Monsanto. Gli organismi geneticamente modificati contaminano, in questo modo, la filiera di produzione e, dai laboratori della Monsanto, arrivano spediti sulle nostre tavole.

Il Parmigiano-Reggiano, uno dei prodotti italiani più famosi e apprezzati al mondo – sicuramente uno dei prodotti più imitati – viene fatto utilizzando Ogm nella filiera produttiva!

È in gioco la genuinità di un prodotto della nostra tradizione, che ha fatto della qualità il suo punto di forza. Bisogna agire subito per difendere il Parmigiano Reggiano e salvarlo dalla trappola degli Ogm. Scrivi al consorzio (www.parmigianogm.it) e chiedi una modifica immediata del disciplinare di produzione: mai più Ogm per le mucche del Parmigiano Reggiano!

Non tutto il Parmigiano-Reggiano è toccato dagli Ogm. La produzione legata all’agricoltura biologica non impiega Ogm e offre ai consumatori un prodotto garantito da tutti i punti di vista. Diversi allevatori aderenti al Consorzio hanno inoltre già espresso la propria volontà di utilizzare solo mangimi senza Ogm, per poter continuare a produrre un latte sicuro al 100 per cento, senza l’impiego di Ogm.

Dal 2002, Greenpeace chiede al Consorzio di affrontare il problema Ogm. Le alternative ci sono. E sono concrete. La soia certificata non-Ogm è disponibile sul mercato in grandi quantità e a costi ragionevoli: abbastanza per tutta la produzione del Parmigiano-Reggiano e per l’intero fabbisogno italiano. Si tratta solo di scegliere, una scelta volta alla tutela e al futuro.

www.greenpeace.org/italy/

Cadaveri eccellenti

Author: admin  |  Category: Generale

Lunedì sera, ore 21.00, RAI 3, va in onda un documnetario imperdibile sulla mafia.

Il film di Marco Turco, tratto dal libro del giornalista statunitense Alexander Stille dal titolo “Cadaveri eccellenti“, è una ricostruzione storica di come la Mafia sia andata consolidandosi, dagli anni Settanta sino ad oggi, in Italia. Allacciandosi al lavoro del giornalista, attraverso una serie di filmati e interviste, Turco ripercorre il tragitto compiuto dalla criminalità organizzata.

Prodotto da Rai Tre, “In un altro paese” è un documentario che indaga in modo efficace sugli avvenimenti che hanno circondato la vita di Giovanni Falcone, e i legami tra la politica italiana e i fatti di Cosa Nostra.

Eccone un’anticipazione, non perdetelo!