Per un 2007 a bassa velocità

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decrescita

Pubblico qui un brano tratto dal libro di Maurizio Pallante, “La decrescita felice” (Editori Riuniti). Buona lettura e buon anno, nella speranza che il 2007 ci porti, per questo blog, tante buone notizie dai comuni che sperimentano, sul campo, un altro mondo davvero possibile. Appuntamento al 2 gennaio.

Siete in treno in uno stato di felicità negativa. State imprecando contro la vostra intelligenza negativa per aver bevuto una verità negativa che vi ha fatto fare un affare negativo, quando una persona dalla gioventú negativa vi chiede di posare la sua valigia sul portapacchi perché la sua forza negativa non le consente di farlo. Mentre vi alzate, il treno si ferma in aperta campagna e dall’altoparlante una voce avverte che per un guasto sulla linea state viaggiando a velocità negativa. Vi viene un attacco di serenità negativa come dopo aver letto queste righe e vorreste correre dal libraio per farvi ridare indietro i soldi. Ma siete sul treno e non potete… Rassegnatevi. Finché il treno continua a viaggiare a velocità negativa non avete niente di meglio da fare che leggerlo.

Da qualche anno l’economia italiana viaggia come il vostro treno e ogni tre mesi, quando l’istituto di statistica pubblica i dati sull’andamento del prodotto interno lordo, sui mezzi di comunicazione
di massa gli opinionisti, i politici e i docenti universitari, tutte persone sagge, laureate e ben stipendiate, ci dicono che sta attraversando una fase di crescita negativa, o, quando va un po’ meglio, di crescita pari a zero. Io sono un po’ fumantino e non faccio testo, ma a nessun altro, proprio a nessun altro sembra che lo stiano trattando come una persona dall’intelligenza negativa? Non esistono nel vocabolario italiano le parole decrescita e diminuzione? Non esistono i verbi decrescere e diminuire? Non esiste la parola stabilità? È cosí scandaloso pronunciare la frase: “il prodotto interno lordo è diminuito”, “il prodotto interno lordo è rimasto stabile”?

Il fatto è che la crescita si è incorporata nell’economia, come l’anima nelle nostre povere spoglie mortali e non è piú possibile separarle. Agli studenti di economia insegnano, come riaffiora dai ricordi giovanili di un economista di grandissimo successo, che i conti tornano solo se sono preceduti dal segno piú. E prova a farglielo entrare in testa che la produzione non può crescere all’infinito perché le risorse del pianeta non lo sono e non è infinita la sua capacità di metabolizzare le sostanze di scarto emesse dai processi produttivi, dai prodotti nel corso della loro vita e dai rifiuti in cui prima o poi si trasformano. Sempre piú in fretta se si vuole che la produzione cresca. Un’economia che non cresce è considerata come un pesce che non nuota. Una contraddizione in termini. Un incubo di cui si può parlare solo per perifrasi. Invece, se cresce e quanto piú cresce…

Ma che cos’è questa crescita? È la crescita dei beni e dei servizi di cui gli esseri umani hanno bisogno per vivere sempre meglio? Se vai da qui a là in automobile e non trovi traffico lungo la strada consumi una certa quantità di carburante. Se t’imbottigli in una coda chilometrica, ne consumi di piú. Quindi fai crescere di piú il prodotto interno lordo. Quindi stai meglio. E allora perché t’arrabbi? Pensa che fai star meglio anche me, che nemmeno mi conosci, e gli altri 57 milioni e passa d’italiani. Pensando alla tua generosità mi commuovo mentre soffro come un matto e, lo ammetto con vergogna perché sono proprio un ingrato, sto facendo soffrire anche te che non conosco e gli altri 57 milioni e passa d’italiani, lungo un sentiero di montagna dove non faccio crescere il prodotto interno lordo perché non consumo nulla se non un po’ della suola dei miei scarponcini. Ma li ho comprati 10 anni fa e sono ancora belli. Certo in questi dieci anni hanno fatto dei modelli nuovi, hanno cambiato i colori, hanno spostato gli inserti in finta pelle prima un po’ piú in su, poi un po’ piú in giú, poi un po’ piú di qua, poi li hanno fatti piú stretti, poi piú larghi, ma quest’anno, li ho visti ieri in vetrina, sono di nuovo uguali agli inserti dei miei scarponcini. E li hanno rimessi nello stesso posto. Anche il colore è lo stesso. Sembra che li abbia appena comprati.

Sto per arrivare al colle. Cammino lentamente, con passo regolare. Per non farmi commiserare e per non sentirmi troppo in colpa nei tuoi confronti, non ti dico nulla del paesaggio e dell’aria che respiro. Non costano nulla nemmeno loro e guardando e respirando non consumo niente. Chissà come sarai felice tu che stai consumando benzina, freni, frizione e pneumatici immerso tra le lamiere e i gas di scarico! Quanto mi stai facendo felice! Ti manca solo di accendere una sigaretta e bere una golata di coca cola per raggiungere e farmi raggiungere un livello di felicità ancora maggiore. Invece io sto solo riempiendo la borraccia con l’acqua di una sorgente. Non costa nulla. Poi mangerò i pomodori che ho coltivato nell’orto, non sono costati nulla neanche loro, e qualche fetta di pane che ho fatto in casa con farina di grano coltivato biologicamente. La compro direttamente dal produttore con gli amici del gruppo d’acquisto solidale, saltando tutte le intermediazioni. Comprando la farina lo faccio crescere anch’io il prodotto interno lordo, ma meno che se la comprassi al supermercato, con la sua bella certificazione che la fa costare di piú. E meno ancora che se comprassi il pane. Non riesco a liberarmi da questo egoismo, da questo desiderio d’infelicità che mi si appiccica addosso come l’asfalto infuocato alle suole delle tue scarpe. Le hai appena comprate e dovrai comprarne delle altre. Pensa che fortuna che hai! Le occasioni per fare del bene ti saltano addosso come le zecche.

Ora sei fermo davanti a un cartellone pubblicitario dove campeggia la scritta: Strada dopo strada la tua provincia cresce. Aspetti che la Protezione civile ti porti dell’acqua minerale in bottiglie di plastica. Strada dopo strada la tua provincia cresce. L’amministrazione provinciale di Treviso è orgogliosa di fartelo sapere. Va bene che il verbo crescere racchiude il meglio del meglio possibile, ma cosa vuol dire che una provincia cresce? Diventa piú grande? L’unica cosa che cresce, strada dopo strada, è la quantità di superficie terrestre impermeabilizzata. Cosí quando piove l’acqua non penetra nella terra e non alimenta le falde freatiche. Viene raccolta dai tombini, va nelle fogne, al fiume, al mare. È come se non fosse piovuto.

I pozzi si asciugano. Le sorgenti non buttano piú. L’acqua bisogna andare a prenderla in montagna e metterla nelle bottiglie di plastica che stanno per portarti. Ci vogliono camion per portare il petrolio all’industria petrolchimica che ne farà plastica, camion per portare la plastica alla fabbrica che ne farà bottiglie, camion per portare le bottiglie vuote alla sorgente, camion per portare le bottiglie piene ai supermercati, camion per portare le bottiglie svuotate in discarica o all’incenerimento. Per far viaggiare tutti questi camion bisogna fare strade e autostrade. Sbriciolare le montagne, trasportare le pietre, stendere l’asfalto, impermeabilizzare altro suolo, far viaggiare altri camion. La stessa acqua che sto bevendo io alla sorgente e non costa nulla e non fa crescere il prodotto interno lordo, quando la bevi tu costa e lo fa crescere molto. Tutto benessere in piú. E fa crescere la tua provincia, strada dopo strada, camion dopo camion, litri di gasolio su litri di gasolio, CO2 su CO2, polveri sottili su polveri sottili, discarica dopo discarica. Ah, le discariche non le vuoi e gli inceneritori nemmeno? Ma la crescita sí, quella ti piace, purché tutto quello che butti via lo portino in un’altra provincia.

La parola magica della crescita è un soffio, un semplice soffio che schiude appena le labbra: piú. Basta pronunciarla davanti a un’altra parola e si schiudono i battenti del meglio. Non lo dico con ironia. Ripeto soltanto le frasi che mi hanno costretto a sentire e a vedere stampate sui muri. Le Olimpiadi lasciano un buon segno. Piú infrastrutture. Piú turismo. Piú ambiente. Piú cultura. Piú occupazione. Piú sviluppo. Il bello che resta in provincia di Torino. Un fuoco d’artificio di piú. Tanti piú tutti insieme non ne avevo mai visti. Inevitabile che lascino un buon segno. Per forza resterà il bello in provincia di Torino. Dove c’erano degli inutili boschi e dei prati banali che non rendono niente, un po’ di fieno, qualche mucca, dei formaggi, frutta e verdura, funghi e legname, ci saranno strade asfaltate, automobili e camion per fare arrivare i turisti e rifornire di merci i negozi dove andranno a comprare di tutto, case e palazzi per farli dormire, ristoranti e caffè per farli mangiare, discoteche per farli divertire, lo stadio del curling per farli tifare (il curling!), impianti di risalita per farli andare su e giú come criceti, e condotte dell’acqua, della luce, del gas, delle fogne. Dove c’era aria pulita, quanto fa guadagnare l’aria pulita?, ci saranno emissioni inquinanti e polveri fini; dove c’era silenzio, quanto fa crescere l’economia il silenzio?, ci saranno amplificatori e motori; dove c’erano orti e malghe e frutteti, quanto fanno crescere il prodotto interno lordo questi patetici residui d’un mondo arcaico?, ci saranno centri commerciali con cataste di pere che vengono dall’Argentina; dove il fiume scorreva nel letto che si era scavato tra i prati e le rocce senza aver dato lavoro a nessuno, ruspe e betoniere costruiranno un alveo in cemento, operai avranno una paga, impresari un profitto, cementifici un guadagno da cui altri operai ricaveranno una paga e altri impresari un profitto. Piú infrastrutture. Piú turismo. Piú occupazione. Piú sviluppo. Al posto d’inutili boschi, di prati banali, di malghe e frutteti. Il bello che resta in provincia di Torino. Se piace… Ma cosa vuol dire piú ambiente? Vuol dire che cresce? Che diventa migliore? E perché piú cultura? Potenza del semplice soffio che schiude appena le labbra: piú.

L’altro giorno mio figlio è tornato a casa da scuola dicendo che aveva tre debiti. “Figliolo, ho balbettato, e adesso come facciamo a pagarli? Lo sai che siamo poveri relativi”. “Cosa significa?”, mi ha risposto. “Non ci manca nulla. Abbiamo una casa, da vestirci e sin troppo da mangiare. Ti sei mai guardato la pancia?”. Ho fatto finta di non sentire l’ultima frase e gli ho spiegato che essere poveri relativi significa avere un reddito inferiore alla metà del reddito medio. Per essere poveri non è necessario esserlo. Basta crederlo. E per crederlo basta fare un confronto con le persone che conosci. Se puoi comprare molto meno di loro, ti senti povero. “Ah”, ha bofonchiato con l’aria di chi non aveva capito granché. “Pensavo che fosse povero chi non ha una casa o non riesce a riscaldarla d’inverno, chi non ha abbastanza soldi per comprare da mangiare e da vestirsi”. “Le persone che non hanno abbastanza soldi per comprare il necessario a vivere sono i poveri assoluti”, gli ho detto. “Ma noi non compriamo mica tante cose da mangiare”, ha obbiettato. “Le coltiviamo nell’orto e nel frutteto, le mettiamo nei barattoli per l’inverno.

Per scaldarci non compriamo il gasolio, ma tu tagli gli alberi piú vecchi del bosco, cosí quelli giovani crescono piú in fretta e la nostra provvista si rinnova in continuazione. Ci facciamo tante cose da soli. Costano di meno e sono piú buone di quelle che si comprano. Anche senza tanti soldi si può non essere poveri. Chi ha piú soldi di noi è piú ricco, ma se deve comprare tutto è piú povero”. “Giusto, ho replicato. Solo quando uno non può né prodursi, né comprare ciò di cui ha bisogno, è veramente povero”. È rimasto un po’ in silenzio, poi mi ha detto di non preoccuparmi per quella storia dei debiti a scuola, perché sua sorella aveva dei crediti che pareggiavano il conto della famiglia. “Ma la mattina andate a scuola o in banca?”, gli ho chiesto.

Debiti e crediti scolastici. Dopo aver colonizzato tutto il territorio dei beni materiali e gran parte del territorio dei servizi, la mercificazione ha inviato le sue avanguardie nel territorio del pensiero. Non penserai piú se non in termini quantitativi e con parametri monetari. Se sai, hai un titolo in piú nel tuo portafogli, che potrai spendere al momento opportuno. Hai fatto un investimento fruttifero nella borsa del sapere. Ma, attenzione, non tutti i titoli hanno lo stesso valore. Alcuni sono piú quotati e danno piú crediti, altri sono meno quotati e danno meno crediti. Prima d’investire chiedi il prospetto informativo. Se non sai, hai uno o piú debiti da recuperare, che nessuno però verrà mai ad esigere. È come con le tasse: vige il condono.

Tanto, meno sai e meno pensi, meno pensi e piú sei plasmabile sulle esigenze della crescita: produrrai sempre piú merci per poterne consumare sempre di piú e consumerai sempre piú merci per poterne produrre sempre di piú, senz’altro orizzonte davanti a te. Misurare il sapere in debiti e crediti ti farà capire da subito, che nella vita il denaro è la misura di tutto. Che tutto quello che conta si compra e si vende. Mi faccia un’offerta. Offerta speciale. Gentile famiglia, la nostra primaria scuola ha il piacere e l’orgoglio di presentare alla sua attenzione un pof irripetibile. Cosa??? Un pof innovativo e moderno, che anticipa le tendenze dell’evoluzione tecnologica in corso. Ma io vorrei che mio figlio imparasse a fare il geometra… Nel nostro pof le sue esigenze troveranno piena soddisfazione e anche qualcosa in piú. La invitiamo a leggere con attenzione il prospetto allegato. Sí, sí, lo farò, ma mi scusi, da quando mi sono diplomato, tanti anni fa, non ho piú avuto tempo di leggere un libro, sa com’è sono costretto a lavorare tutto il giorno per portare a casa uno stipendio e comprare tutto ciò che serve alla mia famiglia, ma ai miei tempi questo pof a scuola non c’era… Caro cliente, il pof, è il piano dell’offerta formativa che la nostra primaria scuola presenta alla domanda sul mercato dell’istruzione. È un elemento centrale della riforma che le piú moderne scuole pedagogiche, di destra e di sinistra, hanno realizzato per svecchiare la scuola, per modernizzarla e metterla al passo coi tempi.

Svecchiare. Modernizzare. Innovare. Cambiare. Bisogna stare al passo coi tempi. Indietro non si torna. Non si ferma il progresso. Quando eravamo povera gente. Il boom economico. La durata della vita è aumentata. Non c’è mai stato tanto benessere. La crescita dell’occupazione. Pensare che solo dieci anni fa i telefonini non c’erano. Vuoi mettere che comodità. Io non potrei piú farne a meno. Ma come si faceva a vivere senza? Il tuo non fa le foto? È ora che lo butti via e ne compri uno nuovo. Ma se l’ho comprato solo sei mesi fa. Eh, ma la tecnologia avanza a passi da gigante. Quello che ieri era nuovo oggi è già vecchio. Quello che oggi è nuovo, sarà vecchio domani. I progressi scientifici e tecnologici ci proiettano verso il futuro. Pensa che quando sono sceso qualche anno fa alla stazione di Prato i muri e le fiancate degli autobus erano tappezzati di manifesti con la scritta: Prato: la città che sarà. Oddio!, m’è scappato di pensare, sono arrivato troppo presto. Sono risalito sul primo treno e me ne sono andato.

Ponti di legno

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fsc

Si svolgerà a Padova, il 25 gennaio 2007 il convegno: “Politiche pubbliche di acquisto di prodotti a base di legno“. Obiettivi del convegno: presentare il quadro dei problemi relativi alla deforestazione e all’illegalità nella filiera dei prodotti a base di legno presentare le iniziative internazionali, con particolare riferimento ai programmi ENA-FLEG e FLEGT e illustrare alcune linee di intervento adottate da paesi europei evidenziare il ruolo delle politiche pubbliche di acquisto responsabile di prodotti a base di legno condividere le esperienze maturate in questo campo tra i rappresentanti delle istituzioni e della società civile.

I prodotti a base di legno (carta, mobili, imballaggi, elementi di arredo esterno, ecc.) sono realizzati con materia prima che può provenire da forme non corrette di gestione delle foreste. A livello internazionale i problemi relativi alla lotta ai fenomeni di degrado delle foreste e della corruzione lungo la filiera di lavorazione e commercializzazione dei prodotti legnosi sono stati oggetto di una serie di iniziative a livello intergovernativo, tra le quali il programma ENA-FLEGT per l’Europa e l’Asia settentrionale e il programma FLEGT approvato dalla Commissione Europea. Entrambi i programmi impegnano l’Italia ad una serie di interventi di prevenzione dell’impiego di prodotti legnosi di origine illegale. Tra i campi di intervento più significativi, le politiche di acquisto pubblico hanno un peso rilevante.

A questo proposito sono decine i comuni italiani che stanno adottando, attraverso ordini del giorno, delibere e determine, bandi verdi per l’introduzione di arredi ecologici e prodotti il legno certificato. Esiste anche una rete, le Città amiche delle foreste, di cui più volte su questo blog è stata data notizia.

Per maggiori informazioni è possibile accedere al sito:
http://www.greenpeace.it/progettoforeste/

Personal shopper

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risparmio

Descrizione dell’iniziativa
Il Comune di Colorno intende avviare una campagna di sensibilizzazione denominata “Personal Shopper: consigli e attrezzi per il risparmio eneretico”, per incentivare l’uso della borsa per la spesa riutilizzabile, in sostituzione dei sacchetti di plastica usa e getta dei riduttori di flusso per il risparmio idrico e delle lampade a basso consumo energetico.

Tutti i cittadini del Comune verranno coinvolti attraverso una serie di iniziative di carattere informativo (banchetti, stands, domeniche ecologiche, Festa del volontariato, ecc.) in cui, oltre ad una guida sui consumi e consigli pratici per risparmiare energia, verranno diffusi kit frangigetto per il risparmio idrico, lampade a basso consumo energetico e borse raccoglitrici in carta ecologica fornite gratuitamente da Enìa.

Oltre ad iniziative sul territorio in concomitanza con feste e momenti di comunità, il Comune si pone l’obiettivo di coinvolgere i negozianti di Colorno attraverso la distribuzione delle borsine ecologiche da diffondere tra i propri clienti. Verranno stampati degli adesivi da apporre sulla vetrina dell’esercizio commerciale aderente in cui si evidenzia l’impegno del commerciante nei confronti della riduzione dei rifiuti e della sensibilizzazione della cittadinanza rispetto al tema della sostenibilità ambientale.

Nel mese di gennaio promuoveremo una serie di incontri con i rappresentanti di categoria dei commercianti per illustrare il progetto e raccogliere le adesioni. Sarà inoltre predisposto un volantino di presentazione dell’iniziativa che verrà distribuito a tutti i nuclei familiari attraverso il periodico comunale “Colorno Informa” nel mese di marzo/aprile.
Nel volantino saranno anche indicate le modalità per ritirare i kit frangigetto e le lampade a basso consumo energetico presso l’Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP) del Comune di Colorno.
E’ possibile stimare in circa 2000 le persone che saranno in vario modo coinvolte nel progetto.

Considerando che una famiglia possa utilizzare in un anno circa 1.000 sacchetti di plastica (3 al giorno) e che un sacchetto pesa 8 grammi, si può ipotizzare una minore produzione di rifiuti di kg.8 per famiglia all’anno. Se si riuscisse ad influenzare il comportamento di 2000 cittadini colornesi si avrebbe una riduzione dei rifiuti di 16.000 kg. all’anno. Considerando che una lampada a basso consumo energetico consuma in media l’80% in meno di una lampada tradizionale e che ha una durata media di 100.000 ore a fronte delle 2000 di una normale, il risparmio in bolletta per ogni famiglia è garantito! Considerando che un riduttore di flusso per il risparmio dell’acqua garantisce in media un risparmio idrico del 30-50%, è possibile fin d’ora ipotizzare un notevole risparmio di acqua a beneficio della collettività.

Il dono del tempo

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il dono del tempo

Ragazzi, è un anno che lavoro a questo blog! Eravamo partiti per lanciare una candidatura ecosostenibile alle elezioni politiche dello scorso aprile, siamo ancora qui oggi, giorno per giorno, a raccontare storie, emozioni, proposte e idee che si stanno vivendo e realizzando in giro per questo nostro straordinario Paese, così stramaledettamente pieno di contraddizioni e sorprese, e soprusi e disastri.

Spero che il Natale ormai alle porte sia davvero per tutti noi un periodo equo e solidale, e che il 2007 possa essere finalmente un anno di pace e serenità, in cui proseguire, insieme, lungo la strada del Buon Senso.
Ci “vediamo” il 27! Un abbraccio,
Marco

Tratto dal libro “In Comune. Idee semplici, concrete ed efficaci” (EMI, 2006) www.emi.it

“Mettiamo subito le cose in chiaro: il nostro tempo, sia esso un minuto o un’ora della nostra vita, è prezioso e non è possibile valutarlo in termini economici. Insomma, il tempo non è denaro, ma vita; allora ogni volta che ne usiamo un po’ si dovrebbe pretendere un compenso incalcolabile, oppure scegliere di fornirlo gratuitamente, quindi di donarlo.

Proprio quando ci capita di donarlo, quando ci appassioniamo a una causa, quando abbiamo dei sogni per cui lavorare, quando semplicemente ci impegniamo perché sentirsi utili è psicologicamente sano e ci soddisfa, allora avviene un fatto curioso: siamo finalmente convinti di aver impiegato bene questo nostro costosissimo tempo. Forse ciò accade perché in qualche modo ci sentiamo membri di una comunità, di un branco, e percepiamo di svolgere un ruolo fondamentale e insostituibile per l’esistenza stessa del gruppo e delle sue attività, forse perché per una volta non siamo ossessionati da orari di lavoro, guadagni, costi, concorrenza ed esuberi.

Se proviamo a cambiare punto di vista, possiamo chiederci non tanto perché dobbiamo fare volontariato, quanto piuttosto perché non abbiamo tempo per farlo. Potremmo così trovare validi motivi per ripensare il nostro stile di vita, impegnarci sui temi importanti per la collettività e valorizzare le relazioni che abbiamo con gli altri. Il volontariato si basa necessariamente sulla collaborazione, e una conseguenza estremamente felice della collaborazione priva di competizione e di interessi divergenti è quella di conoscere nuova gente e stringere amicizie sincere.

Un’esperienza di volontariato richiede molta energia, ma rende molto di più, anche in termini di nuove abilità apprese (sociali, lavorative, ludiche…), per cui il nostro consiglio è: dedicate quest’anno, anche per poche ore alla settimana, il vostro impegno a una causa che vi sta a cuore. Ci sono centinaia di associazioni e singole persone che saranno entusiaste di ricevere il vostro aiuto e centinaia di modalità per poterlo fare; potete “liberarvi” tempo dopocena o nel weekend, potete lavorare da casa o in una struttura, potete pensare a un’esperienza all’estero o all’adesione a campagne informative via internet… ce n’è per tutti i gusti e per tutte le età.
Non perdete tempo!”

Cantieri di pace

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castelli di pace

Vogliamo costituire una Rete di Piccoli Comuni per la Pace e la Sostenibilità, per praticare in modo associato percorsi di crescita di una cultura e di una pratica pacifista che si sleghi dalla dipendenza energetica dalle fonti fossili (carbone e petrolio innanzitutto) e promuova il risparmio energetico e le fonti rinnovabili per i fabbisogni della comunità.

I piccoli comuni italiani non solo rappresentano il 72% del territorio italiano e svolgono un’opera insostituibile di presidio e cura del territorio, ma si propongono come catalizzatori dei valori di Pace, Solidarietà e Inclusione Sociale e laboratori possibili di innovazione e sperimentazione di energia pulita.

Allarmati dall’affermarsi della cultura di guerra, dell’economia delle armi e dell’accumulo di ricchezza come strumento di governo mondiale, dall’incedere di conflitti che stanno dilaniando intere comunità, distruggono e inquinano territori, stravolgono il volto di paesi e culture nel mondo, allontanano il dialogo tra i popoli;

Preoccupati dall’aggravarsi dei fenomeni di impoverimento delle risorse vitali, della biodiversità, delle popolazioni, legato ai cambiamenti climatici, causati dall’incapacità dei paesi industrializzati di controllare le emissioni di gas di serra dovute a un sistema produzione e consumo dell’energia fondato sui carburanti fossili;

Consapevoli dell’evidente legame che unisce povertà, degrado ambientale e cambiamenti climatici allo sfruttamento delle risorse e del pianeta, alle scelte energetiche, ai conflitti globali;

Convinti che scelte coraggiose e innovative nel governo del proprio territorio possano rafforzare e invertire le interconnessioni tra Pace, Risorse ed Energia, tra Globalizzazione e Sviluppo Locale, che l’attuale modello di sviluppo e di consumi non è sostenibile e trova valide alternative in pratiche, che ormai si stanno consolidando in molte aree del mondo, di “altraeconomia”, “altromercato”, “altragricoltura” e nella diffusione del commercio equo e solidale.

Nell’anno dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto e in linea con il Contratto Mondiale del Clima, vogliamo portare il nostro contributo al contenimento di emissioni di CO2 in atmosfera attraverso la promozione di reali pratiche di risparmio e efficienza idrica e energetica e sviluppo delle fonti rinnovabili legate alle disponibilità territoriali (solare termico e fotovoltaico, eolico e biomasse), promuovendo anche consumi più virtuosi dei cittadini e un’organizzazione del territorio della mobilità e dei consumi più ecocompatibile.

Ci impegniamo a promuovere concretamente una Cultura di Pace e Sostenibilità nelle nostre scuole, nei nostri territori per le nostre comunità e per l’intero pianeta per cercare di indicare e intraprendere una via allo sviluppo che punti su più fonti rinnovabili e meno petrolio, più risparmio energetico e meno effetto serra, più coesione sociale e meno neoliberismo, più diritti umani e meno spese militari, più identità culturale e meno omologazione, più cooperazione allo sviluppo e meno povertà.

Castelli di Pace, Legambiente, Coordinamento Enti locali per la pace, Associazione Comuni Virtuosi, Azzera Co2 il clima nelle nostre mani, Rete dei Comuni Solidali, Merci Dolci, Accademia Apuana della pace

Colate di cemento natalizie

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cmc

Editoriale di Giuliano Santoro. Dal sito di CARTA (www.carta.org)
C’è una lunga colata di cemento armato che lega la Tav in Val di Susa e la mega-base militare da 5 mila persone che gli Stati uniti vorrebbero costruire nell’aeroporto Dal Molin, a Vicenza.

Alle truppe in mimetica dell’esercito statunitense, infatti vorrebbero affiancarsi le betoniere minacciose della Cmc di Ravenna, il colosso cooperativo delle Grandi opere i cui uomini si presentarono, giusto un anno fa, a Venaus con le mascherine per coprirsi la faccia, per costriuire il tunnel della linea ferroviaria ad Alta velocità. Quel tunnel non si fece mai e il cantiere venne smontato a furor di popolo.

Evidentemente il consiglio di amministrazione di Cmc non ha imparato la lezione di democrazia impartitagli dalla gente della Val di Susa, ed ecco che la cooperativa di Ravenna [indirizzo di posta elettronica cmcsigo@cmcra.net; sede legale: Via Trieste, 76; telefono: 095 869888 095 869852] compare in un sito internet dell’esercito Usa, tra le 12 imprese che hanno chiesto informazioni al comando militare a stelle e strisce, insieme.

La “rossa” Cmc potrà vantarsi di essere ben referenziata: mentre il centrosinistra andava al governo, nel 1996, Cmc sbaragliò la concorrenza di Impregilo e ottenne l’appalto, di oltre 80 miliardi di lire, per l’ampliamento della base militare di Sigonella. Le frequentazioni imbarazzanti della cooperativa ravennate non finiscono qui: in seguito si sarebbe scoperto che Cmc aveva affidato ad aziende legate alla mafia la movimentazione dei materiali e i lavori di pulizia di alcuni appartamenti. E all’inizio degli anni ottanta, Angelo Siino [il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa nostra] aveva comprato terreni adiacenti alla base su consiglio di Stefano Bontade, capomafia e massone, e della famiglia italo-americana dei Gambino. Secondo i giudici, in quei terreni, proprio a due passi dalla base, si svolgevano riunioni tra mafiosi d’altissimo livello. E secondo molti testimoni, alcuni mafiosi sono dotati di “pass” con cui entrare e uscire dalla base siciliana.

Il termine ultimo per avere informazioni sull’anticipo della gara d’appalto per la costruzione della base militare a Vicenza, è alle 2 del pomeriggio del 6 marzo 2007. Prima di quella data, i vicentini si aspettano che si celebri il referendum consultivo sulla base. Lo scorso 17 dicembre, per dirne una, la stella di Natale anti-Dal Molin e il presepio vivente itinerante, si sono incontrati per le vie del centro storico di Vicenza. Nonostante la paura dell’amministrazione locale che i due eventi si pestassero i piedi, è successo che il centinaio di figuranti e di fedeli che componevano la processione hanno camminato al fianco delle decine di persone [tra cui molti bambini] che intonavano canzoni contro la giunta e la base, sull’aria di “Tu scendi dalle stelle” e “Silent night”.

Nel caso in cui il “comitato dei saggi“, nominato dal sindaco forzista Enrico Hullweck, dovesse negare l’autorizzzione per lo svolgimento del referendum, i comitati annunciano una consultazione autogestita. Se così dovesse accadere, la Cmc e tutte le imprese che pensano di fare affari a scapito della gente, il governo nazionale e la giunta comunale, riceverebbero l’ennesima lezione di democrazia. Dubitiamo che imparino qualcosa, ma come si suol dire, “Reperita iuvant”.

La nostra seconda pelle

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il dio denaro

di Francuccio Gesualdi, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, tratto da “Altreconomia” (novembre 2006)

Lo hanno elevato a livello di idolo e lo hanno posto in un tabernacolo, ma lui, il mercato, non perde occasione per farsi beffa dei suoi adulatori. L’ultima opportunità gli è stata offerta da Telecom, un’impresa che fino al 1997 era nelle mani del pubblico e godeva di ottima salute. Poi, per rispondere al diktat liberista, che aveva colonizzato tutte le teste compresa quella di D’Alema che nel 1997 era presidente del Consiglio, venne offerta in sacrificio al grande dio mercato.

Così, un bene comune costruito con le tasse di generazioni di italiani, deputato a svolgere un servizio di primaria importanza, veniva ceduto a chi è solo a caccia di profitti, spesso non attraverso la via maestra della produzione e la vendita, ma tramite i trucchi e i trucchetti della speculazione. Ed ecco lo scandalo Telecom aggiungersi allo scandalo Parmalat e allo scandalo Cirio, tutte imprese finite nel tritacarne dei debiti.

Ma come tutti sanno, Telecom si è trovata anche al centro di altri due scandali. Da una parte quello sulle intercettazioni. Dall’altra quello dei conti esteri che, secondo l’accusa, venivano usati per gestire operazioni speculative secondo un sistema tutto particolare. Se portavano guadagni venivano iscritte nei conti personali degli amministratori. Se portavano perdite venivano registrate sul conto di Telecom. Se vivessimo in un Paese civile ce ne sarebbe abbastanza per dire che la prova è andata male. Che il bene è requisito e torna nelle mani del pubblico. Invece il 28 settembre Prodi si è presentato alla Camera per confermare la sua fedeltà al dio mercato, affermando che “non avremo uno Stato proprietario”.

Sappiamo che il liberismo ha attecchito anche grazie allo sfacelo dei regimi socialisti. Un evento che ha fatto vergognare come ladri i dirigenti della sinistra e li ha indotti, per reazione, a diventare i più strenui sostenitori del mercato. Ma non possiamo continuare all’infinito a strisciare per terra per la vergogna degli errori dei padri ed è arrivato il momento di riaprire un dibattito serio sul ruolo del mercato e del pubblico. La posizione dei liberisti è nota: il pubblico si deve occupare del meno possibile e quando se ne occupa deve avvalersi della collaborazione delle imprese private. Non a caso perfino l’attività militare è in parte delegata ai mercenari. Ma noi dobbiamo avere il coraggio di dire che il mercato può andare bene per ciò che non intacca la dignità delle persone: le collane, i costumi da bagno, i profumi, le automobili. In una parola può andare bene per i desideri, ma non per i diritti. Questo è il discrimine fra mercato ed economia pubblica.

I diritti non sono optional legati al censo, all’età o al sesso. La salute, l’istruzione, l’alloggio, i trasporti, ma anche le quote vitali di acqua, cibo, energia, vestiario, spettano a tutti, ricchi e poveri, giovani e vecchi, uomini e donne, bianchi e neri. I diritti sono la nostra seconda pelle. Ci appartengono come il nostro nome e cognome. Ci spettano per il fatto stesso di esistere. Nasciamo col diritto a vivere, nutrirci, coprirci, curarci, istruirci, muoverci, comunicare. Proprio perché non dipendono dalla nostra ricchezza, non appartengono al mercato.

Il mercato è una grande macchina che soddisfa anche le voglie più bizzarre, ma a una condizione: che abbiate in tasca i soldi per pagare. Chi ha denaro da spendere è il grande benvenuto. Chi non ne ha è il grande rifiutato. Per questo dobbiamo gridare a gran voce che i diritti appartengono alla comunità che deve farsene carico attraverso un patto di solidarietà collettiva.

Il pubblico, la parola stessa lo dice, deve occuparsi di ciò che è di tutti ed oltre ai diritti deve occuparsi dei beni comuni: l’acqua, l’aria, i boschi, i fiumi, i mari. Li deve difendere con leggi severe affinché nessuno li deturpi. Li deve curare con servizi adeguati affinché siano salvaguardati. Li deve gestire con equità e giustizia affinché tutti ne possano godere.

Allora scrolliamoci di dosso i complessi di inferiorità e torniamo a riaffermare il primato dell’economia pubblica come l’economia di tutti. Riccardo Petrella ci ha ricordato che repubblica viene da res publica, che vuol dire la cosa pubblica. Allora non abbiamo molto da inventarci. Dobbiamo solo prendere le parole sul serio.

Mutui non armati

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no armi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato stampa del Comune di Faenza con il quale si annuncia la scelta, importante, di privilegiare nell’accensione di mutui per finanziare opere pubbliche quegli istituti di credito fuori dal mercato di morte delle armi.
E’ un passo importante per il Comune di Faenza, sull’esempio di altre amministrazioni comunali che, in tutta Italia, stanno traducendo la speranza di un mondo di pace con atti e buone prassi quotidiane. Sul sito dei Comuni Virtuosi (www.comunivirtuosi.org) è possibile scaricare, oltre al comunicato stampa, la delibera di giunta del Comune di Faenza.

“L’Amministrazione comunale di Faenza, prima in Emilia-Romagna e fra le primissime in Italia, ha avviato la buona prassi di attivare mutui bancari per finanziare le proprie opere pubbliche privilegiando le cosiddette ‘banche non armate’, ovvero quegli istituti di credito che, in base alle fonti ufficiali, come l’annuale relazione del sottosegretariato della presidenza del Consiglio dei Ministri, non hanno effettuato nessun tipo di operazione bancaria in materia di commercio di armi.

Nello specifico, a seguito del recente incontro tra i rappresentanti faentini del Comitato Spontaneo per la Pace, delle associazioni Altroconsumo, Centro Documentazione don Tonino Bello, Emergency, Faenza Social Forum, Gruppo Mani Tese, Pax Christi e l’assessore al bilancio Paolo Valenti, la giunta comunale ha deliberato di privilegiare le ‘banche non armate’ in sede di stipulazione di mutui. Tale criterio etico verrà applicato in futuro anche per le gare relative al servizio di tesoreria; verrà altresì proposto per gli strumenti finanziari da condividere con altri enti pubblici.

“Su sollecitazioni del Comitato Spontaneo per la Pace – afferma Valenti –, insieme ad un criterio economico, abbiamo deciso di applicare un criterio etico per l’aggiudicazione delle gare di appalto per finanziare opere pubbliche attraverso mutui bancari.” “In particolare – aggiunge l’assessore al bilancio –, ai soli fini dell’individuazione dell’offerta più vantaggiosa, applichiamo una riduzione dello 0,010%, importo apparentemente piccolo, ma significativo, sui tassi offerti in sede di gara alle ‘banche non armate’ ”. “Non si tratta solo di una scelta simbolica, ma di una decisione convinta – sottolinea Valenti – che va nella direzione di costruire una società della pace.”

Pur “autorizzati dalla legge italiana – ricorda il Comitato Spontaneo per la Pace –, diversi istituti bancari operanti sul territorio nazionale offrono i loro servizi ad imprese e governi coinvolti nel ‘mercato delle armi’ e ne traggono vantaggi economici, anche attraverso un adeguato compenso di mediazione.”
“Certamente, il comportamento di queste banche, pur essendo legale, non può definirsi moralmente virtuoso – affermano le associazioni pacifiste faentine –; quello delle armi, infatti, non è un commercio come tutti gli altri: le armi causano morti e invalidi. Rimangono nel terreno per decenni continuando a seminare lutti. Spesso finiscono nelle mani di bambini soldato, o vengono utilizzate da regimi dittatoriali verso gli oppositori. Sicuramente il prezzo pagato per acquistarle contribuisce ad accrescere la miseria e l’indebitamento dei Paesi poveri e toglie risorse che invece dovrebbero andare per l’alimentazione, la sanità e l’educazione.”

Il Comune di Faenza, tra l’altro associato a Banca Etica da diversi anni, ha applicato per la prima volta il criterio etico per finanziare, tramite due mutui, i suoi prossimi nove interventi pubblici. Tali mutui, per un importo complessivo pari a 1.286.146,00 euro (rispettivamente, di € 715.000,00 e di € 571.146,00), sono stati aggiudicati alla ‘banca non armata’ Monte dei Paschi di Siena, la quale, con la sola applicazione del criterio economico, non avrebbe vinto la gara.”
Elio Pezzi - Ufficio stampa Comune di Faenza

La grande truffa dei Cip 6

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parlamento

Da una intervista oggi a Loredana De Pretis: Finanziaria: “sui Cip 6 errore grave, serve modifica”.

“Il testo del maxiemendamento sui Cip 6 presenta un errore grave. Vogliamo credere che si tratti di un errore materiale. E’ quanto afferma la senatrice dei Verdi Loredana De Petris, auspicando dunque che il governo corregga il testo. La misura prevede infatti che i contributi Cip6 vadano soltanto ai produttori di energia elettrica da fonti rinnovabili. Restano salvi dall’esclusione i contributi concessi ai soli impianti già autorizzati prima dell’entrata in vigore della Finanziaria, cioe’ del primo gennaio prossimo. “Si scambia – dice De Petris – la
parola autorizzati con realizzati: fra i due esistono diverse centinaia di casi. Eppure, conclude la senatrice, su questo punto c’era stato un accordo. (Ansa)

E’ veramente incredibile quanto sta succedendo in Parlamento. Con una semplice parola pensano di prendere in giro decine di migliaia di persone (cittadini/utenti) che in questi mesi si sono in vario modo e titolo mobilitati contro la truffa legalizzata dei Cip 6, sostituendosi di fatto a quanto avrebbe dovuto fare una classe dirigente seria e responsabile e un sistema di informazione libero pronto a smascherare le porcherie dei petrolieri.

Ora, nel gioco delle parti, vorrebbero farci credere che si tratta di un errore materiale, di una parola che non doveva essere scritta in quel modo e che guarda caso è andata a finire in mezzo al calderone del maxiemendamento. Ma tu guarda che sfortuna questi politici distratti…!

Bisognerebbe che tutti i cittadini contrari a questa vergogna decurtassero dalla prossima bolletta la percentuale prevista per le fonti rinnovabili. Bisognerebbe che tutti i cittadini contrari a questa vergogna decurtassero il proprio voto ai partiti del petrolio.

Emendata la TAV

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tav

Il post di oggi è un articolo di Gigi Sullo, direttore del settimanale CARTA (www.carta.org). Vi avverto, è uno di quei pezzi che poi alla fine ti sale una rabbia fuori dall’ordinario, che vorresti prendere a calci nel sedere un’intera classe dirigente e una parte in particolare, quella per cui hai votato convinto che in fondo in fondo possa esserci un limite a tutto, e che a certi compromessi, loro, non scenderanno mai… Come volevasi dimostrare! Buona lettura.

Lo dichiaro subito: non capisco nulla né di politica né di economia, perciò faccio un giornale demenziale come Carta, che invece si occupa di esseri umani, possibilmente associati. Però qualche volta una pulce si sveglia nel mio orecchio. In questo caso, una folla di pulci. Il tema è il rapporto tra Tav e legge finanziaria [o meglio, la Tav dentro la legge finanziaria], e di conseguenza la Tav e la “sinistra radicale” [Rifondazione per prima], per i cui partiti i valsusini hanno votato in massa: e non perché sono comunisti, italiani o di altra nazionalità, ma solo perché quei partiti si opponevano alla Tav.

Bene, la pulce è questa [lo abbiamo già scritto nel settimanale in edicola, ma ora si aggiungono altri raccapriccianti dettagli]: di colpo, con un paio di emendanti, scrive il Sole 24 Ore, il governo decide di scaricare sulla finanziaria altri 13 miliardi di spesa [a occhio un quasi 30 per cento in più su una manovra già molto pesante, come i fischiatori di ogni tipo comunicano a governanti e sindacalisti]. Al punto che il rapporto tra deficit e Pil, quello che dovrebbe stare sotto il 3 per cento, balza all’insù fino al 5 e rotti [secondo il giornale degli industriali] o addirittura al 6 [come dichiara il ministro Visco].

L’evento eccezionale è che questo sfondamento non suscita alcun dibattito, nessuno scandalo, nemmeno un titolino al telegiornale, che so, un accenno ad Anno Zero o a Ballarò, e figuriamoci Porta a Porta. La “sinistra radicale”, a tutte le apparenze, non fa una piega, e vota, vota e vota. Insomma, niente. Salvo brevi informative [è la parola giusta] sul sole 24 Ore, che giustamente bada al sodo. Come si spiega questa catastrofe invisibile?

La parola pagina è: Tav. Per farla breve [e se ho capito bene, sapete come sono complicate la politica e l’economia], accade che l’Unione europea bocci il meccanismo truffaldino [perché fa figurare come investimenti privati i crediti delle banche garantiti, e poi pagati, dallo Stato, proprio quel che sta accadendo] di finanziamento delle linee ad alta velocità, inventato a suo tempo dal creativo Tremonti. Quei soldi, dice la Ue, devono figurare nel bilancio dello stato. Così, il governo Prodi decide di metter mano alle tasche [di noi tutti] e di colmare il debito accumulato fin qui dalla società finto-privata Ispa per la linea Tav Torino-Napoli: sono i famosi 13 miliardi [25 mila miliardi circa di lire, l’entità di una finanziaria corrente]. Anzi, precisa il Sole 24 Ore, 12,95 miliardi.

Ma non è finita qui. Siccome si presume che la Tav, una volta funzionante, produrrà utili [non è vero, ci sono studi che dimostrano il contrario: ci vorrebbero miliardi di passeggeri super-paganti che non ci saranno], le ferrovie [Fs] potranno, liberate da quel debito, contrarre un nuovo mutuo da 6 miliardi, garantiti appunto dai futuri guadagni, che servono a completare la tratta principale di quella famosa linea Torino-Napoli: il cui costo complessivo, dovrebbe essere [ma anche qui c’è da dubitarne, considerato che il costo-chilometro dell’alta velocità è già oggi il doppio che in Spagna] di quasi 20 miliardi di euro, più – dicono le Fs – altri 10 miliardi in futuro.

Riassumendo. Se uno viaggerà da Torino a Napoli, in futuro, sfrecciando lungo le pianure, tagliando le montagne [il Mugello], sotto-attraversando Firenze [8 chilometri di tunnel], irrompendo dentro Roma fino a una mega-stazione Tiburtina e precipitandosi verso Napoli, risparmierà, diciamo, un’ora, anzi due, vogliamo essere generosi. Quanto fa 30 miliardi [di euro] diviso 120 [minuti]?

Ma lasciamo perdere, queste sono malignità da trogloditi. Guardiamo alla modernità. Come si troveranno gli ulteriori 10 miliardi, “a cui vanno però aggiunti – scrive il Sole 24 Ore – 3 miliardi di debiti contratti da Fs” prima della truffa tremontiana? Allora: 6 miliardi vengono dal mutuo già citato; 2,1 “sono confermati in finanziaria nelle pieghe del comma 968 come nuove risorse statali”, dice il Sole 24 Ore [e ci risiamo, quindi non si tratta di 13, ma di oltre 15 miliardi]... va bene la faccenda continua così, come i conti della spesa di casa. Basti dire che per finanziare la Tav si sottraggono fondi alla rete ordinaria, a cui vengono destinati, nei prossimi anni, circa 4 miliardi: una sproporzione drammatica.

Chi lo va a raccontare ai due macchinisti morti sulla linea di Trento? E perché la “sinistra radicale” vota a favore, se è contraria alla Tav? Si vede o no che razza di follia, anche finanziaria, è l’alta velocità? E’ per caso questa la ragione per la quale tutto questo viene tenuto sotto il tappeto da tutti, ma proprio tutti?