“Gli onorevoli” è un film del 1963, sembra oggi!
Cara Ministra Prestigiacomo,
la cronaca politica degli ultimi giorni mi fa pensare che a lei non rimanga molto tempo per esercitare la sua professione a tempo determinato come reggente di un Ministero, quello dell’Ambiente, che in Italia è un pò la cenerentola dei dicasteri mentre in gran parte dei Paesi europei (e non solo) viene, a ragione, considerato strategico e adeguatamente supportato da una complessiva strategia di governo.
Ciò nonostante, va detto per inciso, non è che chi l’ha preceduta nei decenni abbia lasciato un segno indelebile di concretezza e virtuosismo, a parte rare parentesi e finestre quasi subito richiuse, spesso a forza da una politica stolta e da un modello di sviluppo che ci ha sempre spinti in direzione opposta e contraria alla tutela del territorio, al rispetto dei beni comuni, alla parsimonia nella gestione delle risorse del Paese.
Nella legislatura vigente l’abbiamo vista e sentita poco, perché forse alcune sue posizioni e sensibilità non erano del tutto in linea con la linea del comandante in capo…
In ogni caso, ad oggi e fino a prova contraria, Lei resta la titolare del Ministero e ha nelle sue corde la possibilità di incidere e dare un segnale di cui questo Paese avrebbe un gran bisogno.
Basterebbe una legge, pochi articoli semplici e chiari per raggiungere, in un colpo solo, molteplici risultati: – riduzione dell’impatto ambientale e conseguente abbattimento dell’inquinamento – risparmio economico per lo Stato – creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro – miglioramento della qualità della vita degli italiani.
Fantascienza? Semplice provocazione? Provi a seguirmi nel ragionamento.
Oggi in Italia sono circa 1.500 i comuni che praticano attivamente il sistema di raccolta differenziata porta a porta dei rifiuti, con l’eliminazione dei cassonetti stradali e la consegna dei bidoncini alle famiglie del territorio. Sono comuni di montagna e di pianura, comuni piccolissimi e città, amministrati da giunte di sinistra e di destra, comuni del Nord come del Centro e del Sud. Insomma, un campione abbastanza eterogeneo e quindi attendibile.
Ovunque le percentuali di raccolta differenziata hanno superato, spesso di gran lunga, le percentuali minime richieste dalla normativa nazionale, con vere punte di eccellenza (su tutti veda il racconto dell’esperienza di Ponte nelle Alpi – BL, premiato quest’anno come vincitore assoluto dei Comuni Ricicloni per aver sfiorato quota 90%).
Le bollette per i cittadini in questi comuni diminuiscono, o perlomeno restano inalterate, e i costi per le pubbliche amministrazioni hanno drastici ridimensionamenti, perché diminuendo la produzione complessiva di rifiuti diminuiscono le spese per i sindaci virtuosi.
Si creano posti di lavoro, perché si smette di sotterrare banconote nelle discariche o di bruciarle in un camino, e le si utilizza per assumere personale che lavora alla raccolta di quanto i cittadini differenziano. E’ anche un ottimo modo per entrare nelle case a contatto con le famiglie, facendo una sana partecipazione.
All’appello mancano circa 6.600 comuni… Si calcola che se si avviasse domani mattina un programma nazionale per estendere ovunque il porta a porta si potrebbero creare, nel giro di pochi mesi, circa 250.000 posti di lavoro (senza contare tutto l’indotto), spendendo infinitamente meno dei soldi pubblici che buttiamo per costruire inceneritori che, nella migliore delle ipotesi, sono brutti da vedere (e molto probabilmente da “respirare”).
Se io fossi in lei presenterei subito al prossimo Consiglio dei Ministri una proposta in tal senso, che preveda l’adozione entro il 1 gennaio 2011, da parte di tutti i comuni italiani, del sistema porta a porta per la raccolta dei rifiuti, con forme incentivanti e penalizzazioni per i comuni più o meno virtuosi.
Una cosa del genere creerebbe una reazione a catena formidabile: l’imprenditoria locale sarebbe incentivata ad investire in un’impiantistica locale finalizzata al recupero e riutilizzo del materiale post-consumo proveniente dalle raccolta domiciliare; i cittadini farebbero a gara (con la conseguente introduzione della tariffazione puntuale, per cui si paga solo per ciò che non si riesce a differenziare) per produrre sempre meno rifiuti alla fonte; le imprese si vedrebbero finalmente costrette a concepire, progettare e produrre beni e merci senza imballaggi, sfuse, alla spina.
L’Associazione dei Comuni virtuosi, e i tanti comuni che praticano da anni il porta a porta, sono a Sua disposizione per condividere l’esperienza fatta, e trasformarla finalmente in un’azione collettiva di buonsenso.
Lei passerebbe senz’altro alla storia, e la storia di questo Paese gliene sarebbe infinitamente grata.
Certo di un Suo cortese riscontro, porgo cordiali saluti.
Marco Boschini
Assessore all’ambiente di Colorno (PR)
Coordinatore Associazione Comuni Virtuosi
I vigili hanno l’ordine di girare in bicicletta per inquinare meno, e gli scuolabus sono alimentati dal biodiesel derivato dall’olio che usano le nonne dei bimbi per friggere in cucina.
Grazie all’ecoeuro, una moneta coniata dal Consiglio comunale dei ragazzi, le famiglie virtuose della comunità acquistano prodotti sfusi senza imballaggi, consumano prodotti locali e di stagione, si scambiano beni e saperi.
La banca che fa affari d’oro si chiama “Banca del racconto”, e gli operatori attivano quelli che chiamano focolari narrativi per non disperdere col tempo l’enorme patrimonio di storia e memoria che portiamo ognuno dentro al nostro percorso di vita.
Da un anno il comune si è convinto che il porta a porta non si fa solo in televisione, ma anche in oltre millecinquecento comuni italiani nella gestione dei rifiuti: le cifre di raccolta differenziata sono schizzate all’85%, e già il 20% delle circa 1.500 famiglie ha acquistato una compostiera domestica.
Non contenti, gli amministratori ne hanno creata una di comunità, più grande, dove ogni cittadino può portare scarti alimentari che nel giro di qualche mese si trasformeranno in ottimo fertilizzante per gli orti urbani del paese.
Grazie alla fontana pubblica che eroga l’acqua del sindaco, la comunità ha eliminato l’uso (e il trasporto) di circa 200.000 bottigliette da mezzo litro in PET, per non parlare della montagna di flaconi e contenitori vari messi al bando grazie alla vendita di prodotti alla spina (detersivi, alimentari, ecc.).
Grazie alle modifiche introdotte nel regolamento edilizio, le case possono essere costruite o ristrutturate a patto che seguano specifiche prescrizione per il risparmio e l’efficienza energetica, e per dare il buon esempio una volta tanto i primi a far qualcosa sono stati proprio gli amministratori, installando impianti fotovoltaici sul tetto del municipio e su quello della scuola.
Grazie ad una sorta di gruppo di acquisto comunale, i cittadini hanno la possibilità di accedere ad informazioni, consulenze e supporto per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili.
A fare la spesa i cittadini vanno con una sporta riutilizzabile e periodicamente l’amministrazione organizza i mercatini del riuso, dove libri, giocattoli, mobili, vestiti, biciclette, ..., tornano a prendere vita nella vita di altre persone e dove il dono e lo scambio sono la moneta vigente.
Da anni sono attivi percorsi di cooperazione decentrata con la Repubblica Democratica del Congo, grazie alla collaborazione del Comune con diverse realtà associative, e l’amministrazione (oltre a far parte dall’inizio dell’anno dell’Associazione dei Comuni Virtuosi) è tra le promotrici del Coordinamento degli Enti locali per l’Acqua Pubblica.
Il Sindaco si chiama Bengasi Battisti, e quando lo guardi negli occhi vedi un sacco di cose tutte insieme: futuro, progetti, buonsenso, entusiasmo, serietà, trasparenza. Amministra il Comune di Corchiano, comunità di circa 4.000 abitanti in provincia di Viterbo.
Che non è sulla Luna, ma in quest’Italia apparentemente impantanata in una melma di immobilismo e inefficienza che travolge ogni cosa, a partire dalle istituzioni.
Vorrei dire a tutti i sindaci italiani (ce ne sono 8.101) che dovremmo tutti quanti prendere esempio dal Comune di Corchiano. Organizzare viaggi di istruzione sul posto, prendere carta e penna e copiare le tante buone idee e altrettante sperimentazioni che questo piccolo comune ha messo in campo da qualche anno.
Vorrei dire anche ai tanti scettici e pessimisti che è proprio a partire da questi esempi che possiamo dire, oggi più che mai, che è possibile cambiare perché stiamo già cambiando.
Che si può fare politica con onestà e spirito di servizio, che si può entrare nelle istituzioni e governarle con rispetto e buon senso, efficienza e fantasia.
Grazie dunque a Corchiano, al suo sindaco, alla sua classe dirigente per una volta tanto all’altezza, ai cittadini della sua comunità.
Che cosa c’è di più limpido dell’acqua? E perché, proprio sull’acqua, le mani più torbide del Paese vogliono mettere le mani per fare i soliti, sporchissimi affari?
La politica delle lottizzazioni e degli sprechi ci ha raccontato per anni la storiella che il mercato è bello, efficiente, sano e conveniente. Ci ha detto, privando riforma dopo riforma gli enti locali della gestione diretta di gran parte dei servizi erogati ai cittadini, che il pubblico non era più in grado di gestire nulla: troppi pochi soldi, troppi ritardi ed errori, troppo controllo da parte dei partiti sui posti di lavoro.
Il privato, dunque, sembrava la soluzione a tutti i mali. Così, mentre in televisione i segretari di quasi tutti i partiti politici sgomitavano per sproloquiare di federalismo e riforme, ecco che i consigli comunali dei tanti piccoli e medi comuni italiani si vedevano via via sottrarre la gestione del gas, dei rifiuti, dell’acqua.
A una quindicina di anni di distanza possiamo dire, senza timore di smentita, come sono andate effettivamente le cose. E’ importante dirlo, alla vigilia di un referendum che grazie ad una mobilitazione straordinaria e senza precedenti, ci chiamerà a batterci per impedire l’ultimo scempio, l’ultima grande bestemmia liberista: trasformare un bene comune come l’acqua in una merce da vendere.
Sono stati realizzati dei consorzi, delle ex municipalizzate, delle società quotate in borsa: con finte gare d’appalto hanno ottenuto concessioni ventennali per gestire infrastrutture e servizi creati e manutenuti nei decenni grazie alle tasse dei cittadini.
Nei loro consigli di amministrazione hanno continuato a sedere e banchettare i partiti (di destra e di sinistra), forse più di prima. Le tariffe in compenso non sono affatto diminuite, ed è al contempo aumentata la distanza tra i gestori di un servizio e il cittadino, trasformatosi strada facendo in un utente.
Gli investimenti, che avevano giustificato buona parte delle privatizzazioni più o meno evidenti con la scusa che lo Stato non aveva più soldi da spendere, sono addirittura diminuiti, lasciando cadere a pezzi intere reti, strutture e impianti.
Basti pensare ai circa 2,61 miliardi di metri cubi di H2O che spariscono ogni anno dagli acquedotti italiani per capire di che cosa stiamo parlando.
E i soldi buttati dalla finestra? Le società di gestione degli acquedotti, infatti, tirano fuori quattrini per fornire l’energia elettrica e i servizi al fine di immettere l’acqua nelle condutture. 2,61 miliardi di metri cubi sprecati equivalgono a circa 230 milioni di euro spesi per niente ogni anno, da un sacco di anni…
Ecco perché è ancora più importante e assume valore la straordinaria mobilitazione collettiva che, nelle scorse settimane, è riuscita a raccogliere quasi un milione e mezzo di firme a favore dei referendum per l’acqua pubblica.
Ecco perché quella raccolta è stata frutto di un lavoro di rete, dal basso, che ha contagiato centinaia di realtà nazionali e locali in tutta Italia, ad esclusione dei partiti politici, rimasti nel migliore dei casi alla finestra, o giù in strada a boicottare e fare disinformazione.
Un partito a favore della privatizzazione dell’acqua è un partito morto, perché contro la vita!
Piccoli uomini ci parlano ogni giorno di grandi opere mentre il Paese cade a pezzi, giorno dopo giorno.
Siamo seduti su una miniera d’oro, il nostro amato territorio, e lo stiamo seppellendo di cemento e idiozia.
Che classe dirigente e’ quella che distrugge il futuro del Paese che amministra? E’ come se il manager di un’azienda quotata in borsa convocasse una conferenza stampa per annunciare il proprio fallimento. Come se il preside di una scuola murasse anno dopo anno tutte le aule e i laboratori del suo istituto…
Abbiamo un territorio meraviglioso, pieno zeppo di monumenti, chiese, piazze, borghi. Un territorio con paesaggi e luoghi mozzafiato, pieni di storia e di futuro, pieni di vita e bellezza.
Dovremmo fare un’unica, vera, grande opera: una colossale operazione di manutenzione straordinaria della nazione, che potremmo far partire domani mattina creando in poche settimane centinaia di migliaia di posti di lavoro.
C’è un intero Paese da rimettere in sesto, case da ristrutturare (anche da un punto di vista energetico), paesi e quartieri da mettere in sicurezza perché tangenti, condoni e speculazioni varie hanno permesso di tutto, alla faccia della legalità e sulla pelle delle popolazioni locali.
C’è un Paese da ricominciare ad amare, e da valorizzare, tramite un turismo responsabile e consapevole, che non deturpi e distrugga, ma conservi e mantenga.
Non ci sono i soldi? Balle, i soldi ci sono, il problema e’ che li buttiamo nel cesso per fare cose inutili e dannose. Chi ha deciso infatti di impegnare quindici miliardi di euro per acquistare 135 cacciabombardieri che useremo per “esportare democrazia” in giro per il mondo? Quante cose si fanno con quindici miliardi di euro…?
Quanti quattrini gettiamo e getteremo per realizzare opere devastanti per l’ambiente e la qualità della vita delle comunità, che si vedranno ancora una volta scavalcate per decisioni prese da un’altra parte?
Ma la politica ha lo sguardo rivolto altrove, ha sempre altro a cui pensare. Di soldi per il turismo ne spende, a volte anche parecchi, ma sarebbero spesi meglio gettandoli dalla finestra: ricordate i milioni di euro bruciati dall’allora vicepresidente del consiglio nonché ministro Rutelli per la realizzazione di un sito Internet che doveva servire per promuovere l’Italia nel mondo? E i più recenti spot con la voce del nostro amato presidente…?
Del resto basta pensare solo per un momento all’attuale ministra al turismo, e il quadro e’ completo…
di Ferruccio Sansa
Scambiare una balla (di fieno) con un mattone. Primo, si prende l’ultimo polmone verde di Milano e gli si attribuisce un indice di edificabilità. Secondo, si trasferiscono in città i diritti a costruire appena creati, dando il colpo di grazia a una metropoli già soffocata.
Perequazione, la chiamano, e in origine aveva un fine nobile: salvare le zone degradate e costruire altrove. Ma a Milano si è votato un Piano di Governo del Territorio (Pgt) che, insieme con i progetti già approvati, riverserà sulla città 80 milioni di metri cubi di cemento.
Case per 400 mila abitanti, quando, secondo lo stesso Comune, la popolazione da qui al 2030 aumenterà di sessantamila al massimo. La società civile dell’ex Capitale morale non si è lasciata fiaccare dal caldo e il 5 luglio si è ritrovata davanti a Palazzo Marino, la sede del Comune, dove si votava il nuovo strumento urbanistico.
Una manifestazione con il sapore malinconico della testimonianza, perché la giunta di Letizia Moratti aveva già deciso. Per dirla con Milly Moratti, consigliere comunale di opposizione, “il piano urbanistico è una prova di violenza del centrodestra che ha schiacciato l’opposizione”.
Si è andati avanti come rulli compressori, una seduta fiume di oltre 36 ore per decidere il destino del territorio di Milano nei prossimi cinquant’anni: il modello della “fiducia” di Montecitorio ha fatto scuola. Alla fine ecco la prima approvazione del testo pronto per essere adottato dalla città. “Il Pgt – continua Moratti – segue un mosaico di richieste. Non dei cittadini, però, ma dei potenti”.
I nomi sono sulla bocca di tutti: Ligresti, con tutte le sue società in cui siede la famiglia La Russa. Poi i grandi del mattone e i nuovi principi dell’economia milanese: le cooperative, da Cl a quelle rosse.
NELLE GRANDI STORIE si parte da una vicenda minima: siamo nella periferia Sud, dove la città cede alla campagna. Qui ti ricordi che le radici di Milano non sono nelle fondamenta dei grattacieli che crescono ovunque, dal progetto City Life (doveva diventare “il Central Park di Milano” e si è trasformato in una colata) alla Porta Garibaldi.
Alle sedi della nuova Regione che Formigoni vorrebbe lasciare come simbolo del suo passaggio. Milano affonda le radici nella Pianura: in piazza Duomo, come ricorda lo scrittore Luca Doninelli, “fino a pochi anni fa nelle notti d’estate arrivava il profumo del grano falciato”.
Oggi c’è solo puzza di smog, il Pm10 che ti avvelena. Alle porte di Milano c’è la Cascina del Campazzo, oggetto di contesa tra due uomini: Andrea e Salvatore. Andrea, 58 anni, è il signor Falappi che da decenni con la sua famiglia coltiva la terra.
Salvatore è Ligresti, 78 anni, l’uomo che a Milano ha costruito più di chiunque altro e oggi è proprietario della cascina. Ecco il paradosso: Ligresti è forse il più grande proprietario terriero del milanese. Verrebbe da gridare al miracolo, alla conversione sulla via di Binasco (comune dell’hinterland): dal mattone all’agricoltura.
Non è così. Basta guardare le mappe: la provincia di Milano è un’enorme macchia grigia (in Lombardia il cemento si mangia ogni giorno dodici ettari di vegetazione), ma tra Milano e Pavia è sopravvissuto un polmone verde di 46.300 ettari. Eccolo, il Parco Sud. Così da anni i grandi immobiliaristi, Ligresti in testa, ci hanno puntato gli occhi sopra.
Oggi forse la grande occasione è arrivata: il Pgt. E il paradosso, come racconta l’ambientalista Michele Sacerdoti, è che la manovra rischia di passare come un salvataggio. “La parolina magica – spiega Sacerdoti – è ‘perequazione’. Si prende l’area vincolata del Parco, le si attribuiscono indici di edificabilità.
Poi si proclama di voler salvare il verde trasferendo il diritto a costruire nella città che già scoppia”. Basilio Rizzo, consigliere comunale nella lista per Dario Fo, sorride amaro: “In Comune dicono che si faranno ‘atterrare’ i nuovi volumi in città. Un capolavoro: Ligresti e colleghi potranno costruire milioni di metri cubi”.
MA È SOLO L’INIZIO: “Qui non si tratta soltanto di un’operazione immobiliare, ma anche finanziaria, che consentirà ai costruttori in difficoltà di rimettere in piedi i bilanci”, racconta Milly Moratti. Aggiunge: “I diritti di edificazione potranno infatti iscriversi in una ‘borsa’ apposita”.
Si potrà costruire altrove oppure rivendere. Indifferente a chi, non importa se da anni l’Antimafia lancia allarmi sulla ‘Ndrangheta che ricicla il denaro sporco nel cemento. Poi c’è la fetta per le cooperative. È certo un caso che l’assessore all’Urbanistica del Comune, Carlo Masseroli, sia un ciellino, e dallo stesso ambiente provenisse il predecessore, Maurizio Lupi (oggi vicepresidente della Camera).
Ma che vantaggio avranno le cooperative? Sacerdoti non ha dubbi: “Si dice che il piano è utile anche per i meno abbienti, che il 35 per cento delle costruzioni sono destinate al social housing”. E non è vero? “Solo il 5 per cento diventeranno vere case popolari. Un buon 20 per cento sarà affidato alle cooperative – bianche e rosse – che magari venderanno a prezzi ridotti, ma comunque a famiglie con un reddito fino a ottantamila euro l’anno. Non è edilizia popolare”.
Masseroli promette 3 milioni di metri quadrati di verde… “Basteranno appena per i nuovi abitanti, la quota pro capite resta bassa”. Non è finita. Il grande regalo alle cooperative è nel “Piano dei servizi”, scuole, strutture sanitarie, tanto per dire. “Il documento si apre con una citazione di don Giussani”, sostiene Sacerdoti. Ma in concreto che cosa succederà?
“Il Comune rinuncia ai nuovi servizi che passeranno ai privati”. Alle cooperative. Il nuovo Pgt andrebbe letto riga per riga. Così scopri che il Comune lascerà quasi carta bianca ai privati: “Spariranno le destinazioni d’uso”, conclude Sacerdoti, “E si potranno elevare i palazzi: addio all’antico divieto di costruire case più alte della larghezza della strada. No, gli edifici potranno alzarsi al livello del più alto nelle vicinanze”.
MA SECONDO L’OTTIMA TRADIZIONE ITALIANA nel testo fiume approvato, ecco una trappola. Nascosto in mezzo a migliaia di pagine del piano di attuazione ecco l’articolo 2, comma F, come Firenze: “Lo strumento individua le aree agricole del Parco Agricolo Milano Sud…”. E’ ancora Milly Moratti a sollevare il dubbio: “Se il parco è già agricolo, perché individuare le aree agricole?”. Già, queste due righe potrebbero bastare per spalancare le porte al cemento nell’ultimo polmone verde all’ombra del Duomo.
ORMAI GLI ALBERI a Milano non sono più di 30 piani, come diceva Celentano. Ne hanno 80. Intorno alla Madonnina “atterrerà” l’equivalente di 800 Pirelloni. Almeno, però, quello lo aveva disegnato Giò Ponti. Adesso ci pensa Arata Isozaki, che per City Life ha rifilato alla città un progetto già disegnato per Tokyo. Un buon simbolo della Milano di oggi, un grattacielo “usato”.























